Tredici anni a fare la madre perfetta, ecco come mi sono rovinata la vita

Tredici anni a fare la madre perfetta, ecco come mi sono rovinata la vita

Prisca ha quasi 60 anni e per ben 13 ha vissuto la nobile impresa di prendersi cura di sua figlia Priscilla, rimasta tetraplegica dopo un famoso incidente d’auto all’età di 19 anni. Un piccolo dettaglio: Priscilla non c’è più, è venuta a mancare lo scorso dicembre. Laureata in linguaggio dei media, poliglotta, giocatrice di rugby… un ritratto da manuale di “vita spezzata”.

Ovviamente la storia di Prisca e Priscilla è stata una dolcissima odissea burocratica, piena di quei piccoli, insignificanti “ostacoli” che solo chi vive sul pianeta Terra riesce a conoscere: una madre eroina costretta a lottare contro le istituzioni – quelle stesse che dovrebbero proteggerla – per ottenere quel minimo di sostegno economico dovuto.

Un sistema che premia solo la sofferenza

Non è ironico scoprire che la sola solidarietà “ufficiale” si misura in privazioni e mille carte da compilare, mentre le risorse sembrano evaporare nel nulla? Nel frattempo, Prisca affronta la perdita di Priscilla e un sistema assistenziale così efficiente da far vergognare persino una lentezza da lumaca.

Peccato che tutt’altro che generose, le pratiche per ottenere gli aiuti siano più farraginose di una lista della spesa scritta in antico sumero. Evidentemente, più sei disperato, più diventa divertente il gioco burocratico per chi distribuisce le risorse: si chiede, si attende, si insinua, si monta un circo di moduli e certificazioni, e poi – sorpresa! – le risposte tardano o sono negative.

La beffa dell’assistenza: un copione che si ripete

Chi potrebbe fermare questo circo di assurdità? Forse qualche istituzione? Ah, quella istituzione silenziosa che invece di aiutare costruisce muri di indifferenza. E allora Prisca si ritrova a fare da sola, come in un film drammatico-surreale in cui il protagonista lotta contro… la propria burocrazia.

Che bella scommessa: riuscire a sopravvivere a una tragedia familiare e, contemporaneamente, doversi anche arrampicare su una pila di “procedure” che sembrano fatte apposta per scoraggiare chiunque cerchi aiuto. Complimenti all’efficienza!

In conclusione: chi paga il prezzo?

Non ci vuole un genio per capire chi esce sconfitto da questa tragicommedia sociale. Ovviamente, sono i familiari, quelli che devono diventare infermieri, assistenti sociali e, perché no, diplomatici con lo Stato. Dimenticavamo: anche psicologi, amministratori e per fortuna… martiri a tempo pieno.

Ah, la dolce realtà di un’Italia che forse preferisce far contare solo i numeri e non le persone. Dove le parole “solidarietà” e “diritti” rimangono magnifiche etichette da sventolare, mai da applicare quando servirebbe davvero.

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