Quando proteggere le voci diventa la nuova scusa per non ascoltarle davvero

Quando proteggere le voci diventa la nuova scusa per non ascoltarle davvero

Da ben ventitré anni mi diletta la serissima impresa di pubblicare libri sulla storia di Auschwitz, includendo persino le testimonianze di sopravvissuti che, per quanto ormai vetusti, facevano ancora da eco diretta a un passato che nessuno osa dimenticare. Ebbene, soltanto ora, con estrema chiarezza, realizzo che la gloriosa epoca dei testimoni oculari sta lentamente cercando un posto in soffitta, magari accanto ai nostri vecchi telefoni a disco.

Quando il nuovo millennio faceva capolino, io muovevo i primi passi nella casa editrice legata al Museo di Auschwitz: in quell’epoca ero sommerso da lettere, telefonate e incontri con i veri protagonisti. Voci vive, segnate da ferite che il tempo ha deciso di non rimarginare, raccontavano senza filtri dettagli cruciali, aggiustavano passaggi ambigui, esattamente come farebbe un esperto editoriale con la mano sul cuore – e sul diario.

Per decenni ci siamo goduti il lusso di ascoltare racconti autentici di sofferenza: bambini massacrati, fame da togliere il fiato, paura che paralizzava ma soprattutto quel filo di speranza che ha permesso a qualcuno di sopravvivere contro ogni logica. Alcuni, per esempio, si affidavano alle ricette di famiglia trascritte a memoria, come fosse un incantesimo contro l’oblio disumano. Quelle testimonianze non erano semplici fonti storiche, ma venditori ambulanti di memoria, capaci di scuotere l’anima del lettore senza bisogno di traduttori o interpreti.

Oggi, tuttavia, ci ritroviamo sempre più spesso a lavorare su testi pur ancora intensi, ma privi di quell’anima parlante che un tempo potevi chiamare al telefono o incontrare di persona. Un piccolo dettaglio: non c’è più nessuno con cui discutere, nessuno a cui fare domande imbarazzanti o chiedere spiegazioni poco politically correct. Oggi l’epoca del testimone diretto sembra essersi definitivamente congedata, senza applausi ma con un certo disappunto.

Tuttavia, non disperiamo! Questa scomparsa non significa affatto la fine della memoria, ma una trasformazione radicale della sua forma. Al posto della testimonianza viva e palpitante subentra la titanica responsabilità di chi conserva quei racconti, li pubblica, li traduce e – perché no – di chi li legge. Ecco che i libri si trasformano in salotti intellettuali tra generazioni destinate a non sentire mai più la voce dei tanti sopravvissuti, ma obbligate a confrontarsi con un passato che, più che presente, sembra un ospite un po’ scomodo.

Come editori, il compito magico che ci resta non è semplicemente pubblicare documenti polverosi del passato, ma preservare la complessità di voci sparpagliate nell’aria, intrappolandole con saggezza soprattutto in ambito educativo. Perché, ovviamente, in un’epoca dove il testimone svanisce, rischiamo molto più del semplice oblio: incombe il pericolo di una memoria ritualistica, svuotata del minimo brivido di umanità, relegata a un triste canto di salmone ripetuto senza convinzione.

Nonostante tutto, continuiamo a pubblicare queste storie, anche se ormai i sopravvissuti non ci trasmettono più i loro ricordi pezzo per pezzo, come succedeva fino a qualche anno fa. Nei nostri archivi giace una miniera di tesori: materiali, racconti, esistenze così tangibili da far rabbrividire chiunque abbia un minimo di sensibilità. E fintanto che qualcuno vorrà ancora leggere, farsi mettere in discussione e interrogare da quelle pagine, l’eredità dei testimoni non si sarà volatilizzata nella nebbia del tempo.

Ora tutta questa ricchezza dipende da noi e, soprattutto, dall’uso intelligente e responsabile che sapremo farne. Nulla di meno che l’arduo compito di mantenere viva una memoria che rischia di diventare un monumento di ghiaccio.

Direttrice dell’Archivio di Auschwitz Birkenau

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