Il Giorno della Memoria per lo scrittore Etgar Keret, figlio di genitori sopravvissuti alla Shoah, non è mai una data da segnare sul calendario e basta. Non perché in Israele si osservi in ritardo, seguendo le scomode regole del calendario ebraico, ma perché ricordare per lui è un lavoro da certosino, quotidiano e paziente, un lavoro da cui dipende non solo la consapevolezza di ieri, ma soprattutto quella di oggi. Sospiro: cosa resterà dei lager nazisti quando anche l’ultimo testimone si sarà trasformato in polvere?
Beh, secondo Keret siamo cresciuti in un mondo solido grazie a una narrazione condivisa, dove, udite udite, l’Olocausto faceva da perno morale insuperabile: oltrepassarlo significava cadere nell’abisso. Oggi? Oggi ci troviamo invece alla gioiosa confusione di narrazioni contraddittorie, prive di quel trauma unificante, indi per cui l’orrore si è spezzettato in mille micro-traumi individuali, generando universi paralleli. Ah, e non pensate di ridurre tutto alla sola memoria della Shoah, come se tutto il resto, dalla libertà di parola ai diritti civili, fosse un dato di fatto. No, stiamo regredendo a tribù separate, ciascuna con i propri totem e le proprie, irresistibili fanfaronate.
Il compito impossibile di conservare le voci
Come ha saputo riversare nei suoi libri l’esperienza di genitori sopravvissuti al genocidio che ha annientato tre milioni di ebrei polacchi? Secondo Keret, ha scritto tanto su di loro, ma soprattutto ha appreso lezioni pratiche, come il monito paterno a risparmiare su tutto tranne che su scarpe e cappotti—perché, chissà, potrebbero salvarti la vita. La morale più pesante, però, riguarda il controllo della propria narrazione e identità: i suoi genitori rifiutavano con orgoglio il ruolo di “vittime”. La madre, per esempio, non si univa mai alle commemorazioni in Israele, criticando il cachet di sopravvissuti sul palco come un’illusione collettiva che non la rappresentava. Entrambi odiavano essere solo un tassello di un mosaico che non avevano scelto, desiderando ardentemente di raccontare la loro storia in autonomia, senza filtri da pubblico industriale.
La testimonianza delle bambine deportate: sfidare il silenzio
Andra e Tatiana Bucci, sopravvissute bambine, condividono con l’aria di chi sa che il silenzio è il primo passo verso l’indifferenza. Un ricordo nitido accompagna la loro vocazione: a dieci anni, una di loro entra nella sala d’aspetto di un pediatra a Ramat Gan, dove una madre e un figlio occupano gli unici posti a sedere. Quel bambino, notando la madre sopravvissuta, le cede il proprio posto con la severità di chi ha già appreso a scuola che lei è un simbolo di umiliazioni e sofferenze. Lei, con la grazia di chi ha visto troppo, si toglie di dosso quel peso e dice: “Sei bravo, ti propongo un’altra versione di questa storia: sopravvivere all’Olocausto significa che, se all’improvviso fossimo messi al freddo, senza cibo e in piedi per ore, io resisterei meglio perché so esattamente com’è. Quindi siedi, ne hai più bisogno tu.”
Gli eredi della memoria e la custodia delle storie familiari
La lezione da estrarre oggi, secondo le parole tramandate in famiglia, è di una rozza ma efficace resilienza: in tempi bui bisogna trovare la via da soli, evitando la tentazione di rincorrere la massa, perché dove corre la folla di solito si finisce male. Oggi, che il mondo danza un ballo macabro tra antisemitismo, islamofobia, razzismo e l’immancabile spettro del trumpismo, questa saggezza suona quasi profetica. Il risultato? Una corsa inevitabile verso lo scontro tribale, dove ciascuno si arrocca nei propri dogmi e nei propri totem, ignaro che forse la vera tragedia sta proprio lì: non negli orrori del passato, ma nella memoria diluita che lascia spazio a nuove follie di un presente già troppo disperato.
Un tempo studiavamo l’odio contro gli ebrei sfociato nell’Olocausto come un monito insormontabile. Oggi? Tra neofascisti sguaiati di destra e le puritane isterie culturali della sinistra, nessuno può più vantarsi di un rifugio dall’odio. Ricordo ancora quando mio padre, uomo di destra, rimproverò un suo connazionale che trattava un operaio palestinese “come facevano quei tedeschi nei campi di concentramento”. Il connazionale, ovviamente offeso all’idea di un paragone così scomodo, intimò di non fare similitudini. E mio padre, con ferma convinzione, rispose che sì, quei paragoni li faceva eccome: «Perché altrimenti le vittime della Shoah sarebbero morte invano».
Il ricordo e il “mai più”: una lezione dimenticata?
Era il 1945 quando, tra le ceneri fumanti di Auschwitz, il mondo giurava “mai più”. Oggi però la lezione sembra evaporata come neve al sole. Abbiamo digerito abbastanza per capire che quella ideologia nazista, tipica dell’omologazione perfetta o della morte certa, conduce inevitabilmente a catastrofi indicibili. Come se questo non bastasse, anche la tanto decantata “libertà di pensiero” liberal sta imboccando una strada pericolosa. In una lezione a Harvard, una studentessa mi ha confidato che avrebbe continuato a lottare finché il centro commerciale non fosse diventato una “safe zone” per lei e la sua fidanzata. Io, con la semplicità di un oracolo, le ho risposto che nella giungla reale non c’è posto sicuro per nessuno, a meno che non si estinguano tutti gli altri. D’altronde, la vita non è altro che un negoziato perenne tra fazioni infinitamente ostili.
Siamo passati da villaggi in cui, oltre il dissenso, regnava una convivenza di base, a un’autostrada digitale infestata da sconosciuti degradati a mere icone social, pronti a spolparsi alle spalle senza batter ciglio. Se questo non è un segnale di declino, poco ci manca.
La scrittura contro gli algoritmi: missione impossibile?
Certo, si dice che la scrittura e la narrazione possano contrastare la disinformazione veicolata dagli algoritmi digitali. Ma ogni clan, ogni “tribù”, ha la sua versione della storia, la sua antologia personale da sbandierare. Dopo le recenti proteste anti-Netanyahu, io e mio fratello, convinto antisionista militante, abbiamo provato a raccontare agli anziani della famiglia le pacifiche manifestazioni, legittime e spesso ignorate. E cosa abbiamo ottenuto in cambio? Sorrisi increduli e la rassicurante certezza che in piazza c’erano solamente teppisti e violenti scontri. Peccato che nel frattempo alcuni “giornalisti” israeliani, più interessati a mettere la propria identità politica davanti alla professione, demoliscano sistematicamente la verità e, di conseguenza, il giornalismo stesso.
Il rapporto con i sopravvissuti: tra speranza tradita e disillusione
Qual è la relazione del Israele moderno con i sopravvissuti dell’Olocausto, quei testimoni che oggi sono spesso dimenticati, quando non additati come complici? L’Olocausto resta un’eredità immensa, dalla quale ognuno ha ricavato la sua morale: che gli ebrei devono essere forti, che gli uomini sono capaci di efferatezze o – idealisticamente – che certe tragedie non devono ripetersi.
I sopravvissuti, la maggior parte intenzionalmente schierati a sinistra, videro in Israele il rifugio inviolabile dai pogrom, non un usurpatore dei diritti palestinesi. Finché il 7 ottobre, come uno tsunami, ha demolito questo fragile equilibrio. Il sogno di un paese rifugio ha mostrato la sua cruda realtà: sotto la superficie si annidava un mostro oscuro, alimentato dalla crescente ultradestra di personaggi come Itamar Ben Gvir. Oggi, quel paese, nato da persecuzioni di ebrei e comunisti, si trascina tra accuse di razzismo, oppressione e fascismo. Un incubo che i sopravvissuti, ormai lontani, hanno forse avuto la “fortuna” di non dover vedere.
Netanyahu e l’antisemitismo: una miscela esplosiva
Secondo decine di dati, l’antisemitismo è cresciuto a dismisura dopo il 7 ottobre e con l’escalation della guerra a Gaza. Lo si sente nell’aria. Peccato che, come spesso accade, il problema fosse già lì da tempo, in agguato, in attesa di benzina per incendiare boschi. Il premier Benyamin Netanyahu ha fatto il suo gioco sporco applicando lo schema di Hamas: usare il “friendenemy”, quel nemico amicizia perfetta con cui non si negozia ma di cui si riempie la bocca per manipolare l’opinione pubblica e dividere i palestinesi, aggiungendo un po’ di caos per buona misura.
In questo teatro dell’assurdo, soluzioni e verità non sono mai state così distanti, mentre il mondo guarda – spesso complice – mentre la storia si riscrive tra ambizioni, paure e una inesorabile dose di ipocrisia. Un copione che qualcuno, magari, avvertiva già nelle battute iniziali. Eppure, oggi come allora, rimaniamo a guardare ridendo amaro, incapaci di imparare davvero.
E così, con l’antico motto “dividi e impera”, si ricevono i soldi. Netanyahu coltiva l’antisemitismo, facendo una magia televisiva degna di Houdini: sovrapporre l’immagine di una signora ebrea insultata a Venezia a quella di cento palestinesi uccisi. Perché, ovviamente, il messaggio è chiaro per israeliani e diasporà: il mondo non vi vuole, quindi l’unica soluzione possibile è Masada, armarvi fino ai denti e assediarvi. Ironia della sorte, lo stesso trucchetto retorico di Bibi – cioè confondere ogni critica a Israele con antisemitismo – è condiviso da molte piazze propal, dove tutti gli israeliani ebrei vengono additati come colpevoli del governo israeliano e, quindi, degni di boicottaggio. Tornano così a galla le vecchie strategie di identificazione totale e colpevolizzazione collettiva, ma solo se fa comodo.
Vi è mai capitato di essere attaccato in quanto israeliano e addirittura accusato di genocidio per quanto accade a Gaza? Beh, come scrittore e figlio di sopravvissuti, evito di usare parole come genocidio. Davanti a una questione così complessa, non ho mai avuto la presunzione di semplificare. Purtroppo, però, nel mondo odierno ciò che non rientra in un hashtag praticamente non esiste.
Per quanto mi riguarda, in patria sono stato boicottato per le mie posizioni contrarie al governo Netanyahu. All’estero, invece, colleghi stranieri hanno annullato la loro partecipazione a eventi comuni, spiegandomi in privato che, da una parte, sanno che sono una brava persona, ma vista la mia origine israeliana, meglio starsene alla larga. Ah, la coerenza internazionale! A Budapest ho ricevuto minacce da un antisemita, orgoglioso erede di un cacciatore di ebrei. In Italia? Sono stato tranquillamente chiamato assassino di bambini. Davvero un bel mix di accuse, no?
Nonostante tutto questo, non mi sento affatto una vittima. A spaventarmi davvero è la tribalizzazione del mondo, quella bolla identitaria che trasforma ogni discussione in un derby all’ultimo sangue, in cui si perde ogni umanità e complessità, per lasciare il posto solo a insulti e semplificazioni da bar sport.



