Chiamare Alfonso Signorini un “lurido porco” non rientra proprio in quel simpatico e democratico “diritto di critica” che la nostra amata Costituzione dovrebbe proteggere. Sembrerebbe ovvio, ma evidentemente qualcuno ha deciso di precisarlo per chi ancora si ostina a confondere l’insulto gratuito con il giornalismo d’assalto.
Il giudice, in tutta la sua magnanimità, ha scorazzato oltre il triviale insulto, fermando la nuovissima trasmissione dedicata al conduttore del Grande Fratello Vip. Non si tratta semplicemente di vietare una brutta parola, ma di mettere in discussione il ruolo e i limiti del giornalismo—quello vero, non quello da bar sport o da social scatenati.
Dai motivi esposti in sentenza emerge un quadro piuttosto interessante: non si può camuffare l’aggressività verbale sotto l’egida di un glorioso diritto sancito dalla Costituzione quando manca un minimo di rispetto per la persona e per la professione giornalistica. Magia della legge, il confine tra cronaca e caciara esiste e, sorpresa, viene difeso.
Il legale di Corona, noto per le sue esternazioni colorite, ha bollato la decisione come un mero “oscuramento preventivo” totalmente fuori legge, perché si sa: censurare, anche quando si passa il segno, è sempre quella sporca bestia. Ma in questo caso, forse, proteggere qualcuno dal linciaggio verbale amplificato dai media non è poi così male.
Insomma, a dispetto di chi confonde ancora la libertà di parola con la libertà di offenderla, la giustizia mette un freno al caos verbale. Chi aspira a fare il giornalista farebbe bene a ricordarsi che la Costituzione difende la critica, non il bullismo mediatico travestito da opinione.



