Un ex funzionario della prima amministrazione del presidente Donald Trump ha deciso di lanciarsi in una follia da miliardi di dollari: un centro dati mastodontico in un angolo remoto della gelida Groenlandia. Evidentemente, la corsa ai potenti giganti del cloud non basta più: bisogna anche cercare di colonizzare ogni briciolo di territorio per alimentare l’invasione dell’intelligenza artificiale. Il progetto ambisce a raggiungere una potenza operativa di 300 megawatt entro la metà del 2027, per poi allargarsi fino a un impressionante 1,5 gigawatt entro la fine del 2028.
Per chi non masticasse i numeri: siamo davanti a una capacità energetica che avrebbe fatto impallidire qualsiasi data center attivo in questo momento sulla Terra. E naturalmente non è che l’inizio, dato che la gara globale per potenziare l’infrastruttura AI prevede più giganti da 1 GW sparsi qua e là nei prossimi due anni, come se stessimo tutti partecipando a un’immensa maratona tecnologica su chi spreca più energia.
Drew Horn, braccio destro del vice presidente di primo mandato di Mike Pence e CEO della discutibile impresa GreenMet – la società incaricata di fornire un “supporto strategico” a questo gigantesco sogno ghiacciato – ha confidato a CNBC che il progetto ha già messo in cassaforte impegni vincolanti da investitori per finanziare metà della fase iniziale e metà di quella finale. Ovviamente la località scelta è la deliziosa Kangerlussuaq, un minuscolo villaggio alla fine di un fiordo nel cuore dell’Isola Artica, dotato persino di aeroporto (per fortuna, altrimenti come sarebbero arrivati i bagagli?).
Le maestranze tecniche sono già impegnate per costruire l’impianto, peccato che ancora nessuna terra sia stata ufficialmente ottenuta e nessun permesso concesso dalle autorità locali. Horn, con la solita discrezione di chi già sa di avere una bomba tra le mani, si è guardato bene dal rivelare i nomi degli altri attori coinvolti, visto che la trasparenza evidentemente non è una priorità in queste faccende.
Non stupisce che la Groenlandia stia diventando il centro di un vero e proprio campo di battaglia geopolitico, specialmente dopo che Donald Trump ha rilanciato con impeto l’idea di acquistare l’isola. Nel frattempo, si crogiola nella seduzione delle miniere di minerali preziosi e delle sue inesauribili riserve d’acqua dolce. Sarà curioso vedere come verranno superati gli ostacoli logistici legati alla mancanza cronica di infrastrutture adeguate, che di fatto potrebbero trasformare il sogno in una morbida bolla di sapone ghiacciata.
Il mito del data center da miliardi
Nel 2025 i contratti per i centri dati hanno toccato la vetta di un incredibile 61 miliardi di dollari, merito di una corsa sfrenata alla costruzione di strutture in grado di sostenere carichi di lavoro AI devastanti, famelici di energia. Meta, OpenAI, Oracle, AWS, Microsoft e Google hanno ingaggiato una vera gara a chi spende di più per impiantare queste megastrutture in ogni angolo del pianeta.
Il progetto groenlandese è iniziato un anno fa e, a detta di Horn, ha già convinto alcuni partner tecnici a supportarlo in costruzione, gestione e fornitura energetica. Naturalmente, i finanziamenti, comprensivi di debito ed equity, sono condizionati al conseguimento di tappe fondamentali, come la firma dei permessi locali – un ostacolo niente male, che Richard non sembra troppo certo riuscirà a superare facilmente.
Non basta: Horn, che ha fatto anche da consulente senior per i ministeri dell’energia e dell’intelligence negli ultimi giorni del primo mandato di Trump, non è l’unico ex alfiere dell’era Trump in questo gioco. Anche altri ex collaboratori di spicco hanno quote in GreenMet, la quale vanta nel suo sito un ruolo di facilitatore nel reperire fondi pubblici e privati, oltre che alleanze strategiche.
Tra questi, spiccano George Sorial, ex vicepresidente esecutivo e responsabile della conformità nel Trump Organization fino al 2019, e Keith Schiller, storico bodyguard personale di Trump e direttore delle operazioni nell’Ufficio Ovale durante il primo mandato. Entrambi contribuiscono come azionisti, benché Sorial si trinceri in un elegante “siamo soci di minoranza passivi e non interveniamo nella gestione” – come se questo potesse mettere in pace la coscienza di chi si butta nell’agone politico-commerciale della Groenlandia con un portafoglio pieno di dollari.
Schiller non si è degnato di rispondere alle richieste di commento, ma Horn non si ferma. Sta coltivando rapporti con i governi di Groenlandia e Danimarca, nel disperato tentativo di convincerli a concedere l’autorizzazione. Solo mercoledì ha incontrato il Jesper Møller Sørensen, ambasciatore danese negli Stati Uniti, in quella che definisce una “continuazione del dialogo”. Realmendervano, la diplomazia è il vero campo minato che questa iniziativa dovrà superare per non rimanere intrappolata tra il ghiaccio e la burocrazia.
In conclusione, mentre gli ufficiali di tutti i fronti sembrano ufficialmente appoggiare il progetto, Horn getta acqua sul fuoco, sottolineando che “il problema non è tanto dal lato privato, quanto da quello diplomatico”. Per un’opera miliardaria che promette di trasformare una remota area polare in una centrale energetica da incubo, non è certo il traguardo più facile. Ma non preoccupatevi: se c’è una cosa che l’America e i suoi ex funzionari amano, è complicare le cose fino all’inverosimile, assicurando che ogni progetto diventi una telenovela senza fine.
Secondo le informazioni riportate, il tutto si muove grazie a un’entità privata dal nome rassicurante – GreenMet – che ha dichiarato candidamente che il progetto “funzionerà solo se i vari attori coinvolti, da Groenlandia a Danimarca passando per la NATO e gli Stati Uniti, ci danno il loro placet”. Quel che poteva andare storto, no?
Perché tanto ottimismo? Sicuramente per quella che definiscono la “riscossione di sovranità energetica”. Figuriamoci, le grosse aziende private s’impegneranno a costruire e sviluppare tutto il centro dati, mentre GreenMet si atteggerà a saggio consigliere, lì a fianco, a fare “da ponte” con i governi. Roba ben chiara, trasparente, senza quella fastidiosa lente d’ingrandimento della politica.
Ma, come ogni fiaba del XXI secolo, anche qui il tasto dolente è l’energia: niente centrali nucleari, ovviamente, tutto rigorosamente “verde” e “sostenibile”. La prima fase da 300 MW sarà alimentata da barconi specializzati che trasportano gas naturale liquefatto fino ai fiordi. Oh, certo, trasportare combustibili fossili in mezzo al ghiaccio eterno è la definizione perfetta di “energia pulita”. Seguono promesse di una seconda fase da 1,5 GW affidata a una centrale idroelettrica che – sorpresa! – deve ancora ottenere il tanto agognato lasciapassare dal governo groenlandese.
Nel frattempo, il fiordo di Kangerlussuaq applaude con i suoi enormi iceberg, splendidi e caldi come il dibattito politico sulla sostenibilità del progetto, che per ora resta sospeso tra “attendiamo autorizzazioni” e “la Groenlandia si risveglierà grazie a noi”. Magica retorica, ovviamente.
Un certo Horn ci rassicura: se la centrale idroelettrica ottiene il via libera, i costi dell’energia saranno tali da rendere vantaggiosa l’operazione nel lungo termine. Che sollievo. Evidentemente, gli esperti del settore trovano alcuni vantaggi nell’ospitare dati al freddo polare: aria fresca “gratuita” per il raffreddamento, e tanta energia idroelettrica, che rappresenta il 70% della produzione locale. Un cocktail perfetto per un data center che spera di non sciogliersi prima dell’inaugurazione.
Noah Ramos, stratega di Alpine Macro (sì, altro nome altisonante), spiega con pacata sicurezza che il vero valore risiede nel mix “risorse idriche e raffreddamento naturale”. Ma non illudiamoci: costruire nel Circolo Polare Artico è una passeggiata, purché si ammettano i “costi folli”, la brevità della stagione di costruzione e il dettaglio che il calore dei server rischi pure di sciogliere il terreno sotto i piedi. Altroché sfida ingegneristica!
E per non farci mancare nulla, c’è anche Nvidia che promette chip di nuova generazione meno assetati di energia e di condizionamento. Secondo Michael Field di Morningstar, se queste meraviglie tecnologiche manterranno le promesse, forse gli arditi progetti su ghiaccio diventeranno solo un divertente ricordo per gli amanti delle sfide estreme. “È presto per dirlo,” ci avverte, mentre ci illumina su come potremmo evitare di costruire costosi data center nella landa ghiacciata.
Insomma, tra gas liquefatto, megacentrali idroelettriche da approvare, ego nazionali, e futuro post-apocalittico degli iceberg, la Groenlandia si trasforma nel teatro di una commedia tragicomica che fa applaudire sia ambientalisti che militari. Perché alla fine, che importa se le giganti multinazionali vogliono solo un posto fresco dove tenere i dati? Perfino il ghiaccio vuole essere sfruttato dal capitalismo ultratecnologico: benvenuti nel XXI secolo, dove anche il freddo diventa caldo business.



