Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avuto un momento di clemenza a Davos, durante il World Economic Forum del 2026: ha rinunciato ai dazi contro l’Europa e ha scartato l’idea di invadere a forza la Groenlandia. Peccato però che, nel suo discorso interminabile di oltre un’ora, non fosse prestissimo a rinunciare al suo stile da bullo da palcoscenico, intriso di attacchi personali e battute al vetriolo.
Incaricandosi di discutere con una delicatezza che fa rabbrividire economia e diplomazia, ha toccato temi di elevato spessore come la crescita economica americana, la sua ancora insistente ossessione per l’acquisizione della Groenlandia dal Danimarca e le energie eoliche tanto in Europa quanto in Cina. Naturalmente non potevano mancare le sue profezie sul comportamento dei leader occidentali, incluse pungenti frecciate rivolte in particolare a un Paese membro di NATO.
Il colpo di scena “fashion” a Davos: Il caso Macron
Il presidente francese Emmanuel Macron si è presentato a Davos con un paio di occhiali da sole a specchio così scuri che hanno fatto subito saltare i nervi a Trump, il quale, nel suo solito stile da grande esperto di fashion, non ha perso occasione per lanciare una domanda retorica irresistibile: “Ma che diavolo gli è successo?”
Macron, che sicuramente voleva solo proteggere un occhio da un piccolo capillare scoppiato (ma chi ci crede davvero?), ha dato vita a qualche sorriso nel pubblico, mentre Trump si dedicava a descrivere con tono quasi drammatico quel dettaglio fashion.
Nel suo discorso, Macron ha invocato un mondo “senza regole” e ha bacchettato i presunti “prepotenti”. Ovviamente, Trump ha colto la palla al balzo per autoproclamarsi mediatore delle farmacie francesi, vantando di aver convinto il collega a far aumentare i prezzi dei farmaci nel Paese: “Ci avete fregati per 30 anni”.
La risposta del Palazzo dell’Eliseo è stata ovviamente tranchant: “Fake news”, accompagnato dal sarcasmo più elegante di un GIF che riprende lo stesso Trump mentre si dimena davanti al microfono. Il tutto accompagnato da precisazioni – non che servissero – sul fatto che i prezzi dei medicinali sono stabiliti dal sistema di sicurezza sociale francese e sono rimasti invariati.
Canada, il paese ingrato secondo Trump
Passando dal “fashion” francese all’ingratitudine canadese, il primo ministro canadese Mark Carney ha tenuto uno dei discorsi più pungenti del forum, accusando le “grandi potenze” di usare il loro peso economico come arma e invitando le potenze medie a unirsi: “Se non siamo a tavola, siamo nel menu”. Ironico, vero?
Trump, con la grazia di un maestro zen della diplomazia, ha subito ribattuto l’indomani: “Il Canada prende un sacco di regali da noi, eh. Dovrebbero essere grati ma invece no. Ho visto il vostro primo ministro ieri… non sembrava molto grato.” Ah, la sincerità che solo lui sa mettere in scena.
Per non farsi mancare niente, ha poi ricordato a Carney che il suo paese esiste solo grazie agli Stati Uniti, aggiungendo un monito neanche troppo velato da futura conseguenza: dopo Davos, ha revocato l’invito al manager canadese nella sua tanto chiacchierata “Board of Peace” per Gaza, dove per l’iscrizione permanentemente servirebbe un miliardo di dollari a membro. Vero affare, no?
Spagna, la pecora nera della NATO secondo Trump
Se Canada è ingrato, Spagna deve essere proprio la piantagrane della NATO. Trump, al momento della firma per la sua “Board of Peace”, si è scatenato con un bis che sa quasi di lamento: ricordando l’accordo della NATO sul raddoppio della spesa militare – dal 2% al 5% del PIL entro il 2035 – Spagna si è brillantemente guadagnata un’eccezione per mantenersi snob a quota 2%.
“Non capisco cosa succede con la Spagna, perché non vogliono farlo? Vogliono fare i furbi, immagino. Ogni altro Paese è aumentato al 5%. Non so perché. Dovremo parlarne con la Spagna.” Ovviamente, giudicare così tanto senza interlocutore è quel tocco finale che caratterizza il live show a stelle e strisce di Trump.
Pedro Sanchez, il nostro instancabile primo ministro spagnolo, interviene durante una sessione plenaria al Parlamento di Madrid. Nel frattempo, l’immancabile Donald Trump continua la sua crociata personalissima contro chi rifiuta di obbedire ai suoi diktat sul bilancio della difesa: la Spagna, infatti, non rispetta l’obiettivo di spesa del 2% del PIL, e Trump non perde occasione per ricordarlo. A un recente incontro con il presidente finlandese Alexander Stubb, si è permesso di affermare che Madrid non ha “scuse” per spendere meno. D’altronde, come diceva con la solida logica che lo contraddistingue:
“Non c’è motivo per cui la Spagna debba rimanere al di sotto del target.”
Ma il nostro bravo Sanchez già lo scorso giugno aveva diplomatica ma fermamente tagliato la questione: definendo la spesa militare spagnola attuale “sufficiente, realistica e compatibile con lo stato sociale”. Qualcuno dovrebbe ricordare questo sottile dettaglio a chi fa tanto il duro da oltreoceano.
Non solo la Spagna, però, si è beccata la sfuriata del tycoon. A farne le spese c’è stata anche la Svizzera, o meglio, il fantomatico “primo ministro svizzero” come è stato definito da Trump – chiariamolo, Berna ha un presidente federale e non un primo ministro, ma immagino che questa distinzione sfugga a chi confonde ogni istituzione con una compagnia privata.
Il piccolo “piccolo paese” svizzero ha osato ribattere alla minaccia di aumentare i dazi sui loro prodotti fino al 30%, con la sua allora presidente Karin Keller-Sutter che ha avuto la sfrontatezza di dire a Trump che non poteva davvero farlo. Risposta del presidente USA?
“Sì, ma avete un grande, grandissimo deficit.”
Una logica inappuntabile, che ha fatto decisamente “scattare” la signora Keller-Sutter, che – a quanto pare – ha irritato il nostro uomo al punto da far salire il dazio svizzero fino al 39%, uno dei livelli più alti mai imposti da questa amministrazione sull’export di un paese amico, o presunto tale. Poi, giusto per fare dietrofront in stile, verso la fine dell’anno scorso, ha fatto calare tutto al 15%. Tutto molto rassicurante per un paese che in economia si definisce una roccaforte di stabilità.
Ah, dimenticavo: la mandato della signora Keller-Sutter si è concluso a dicembre. Magari c’è un difficile legame tra la sua fine e la retromarcia sui dazi… ma chissà, magari è solo una coincidenza.
L’ossessione di Trump per le pale eoliche “perdenti”
Ma non è finita: Trump non si limita a tormentare leader politici, ma si accanisce anche contro gli impianti eolici, che nel suo universo mentale rappresentano il vero flagello d’Europa. Durante il suo intervento a Davos, ha puntualizzato con la sua proverbiale finezza:
“Ci sono pale eoliche ovunque in Europa. Ovunque! Sono dei perdenti. Ho notato una cosa: più pale eoliche ha un paese, più denaro perde e peggio gli va.”
Applausi. Perché ovviamente, come tutti sappiamo, l’energia eolica è solo una grossa truffa venduta da pochissimi “furbi”, e soprattutto è un gigantesco disastro economico. Ma il tocco da maestro arriva quando fa notare il fatto che la maggior parte delle pale eoliche sono fabbricate in Cina, paese in cui, sorprendentemente, non si vedono grandi parchi eolici. Sarà mica una furbata?
“La Cina è furba, molto furba. Le produce, le vende per una fortuna agli stupidi che le comprano, ma poi non le usa.”
Ora, tralasciando l’epifania commerciale, sarebbe auspicabile che il nostro ex presidente degli Stati Uniti si documentasse un po’ meglio: Cina è un colosso delle energie rinnovabili, tanto da essere riconosciuta come superpotenza eolica globale. Per fortuna, la replica non è mancata.
Il governo cinese ha ribadito con un certo aplomb il proprio impegno nel promuovere l’energia a basso contenuto di carbonio, mentre il Commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, e l’amministratore delegato di Vestas, Henrik Andersen, hanno liquidato le affermazioni di Trump con un diplomatico, quanto tagliente, sorriso.
Hoekstra ha dichiarato a CNBC con immancabile eleganza:
“Noi abbiamo una visione fondamentalmente diversa. Crediamo che il cambiamento climatico abbia enormi ripercussioni economiche.”
Nel frattempo, Andersen di Vestas ha prontamente contraddetto la narrazione catastrofista, ribadendo:
“Continuiamo esattamente nel percorso che abbiamo tracciato, nonostante le critiche.”
Morale: mentre Trump si diletta a snobbare tecnologie all’avanguardia e a punire i paesi che non si inginocchiano davanti ai suoi capricci, il mondo continua imperterrito a investire in un futuro più sostenibile – a dispetto di chi pensa che la saggezza mondiale risieda dietro a tweet e proclami sbreccati.



