Lo sventurato Trump, in volo sull’Air Force One, ha così ammesso ai giornalisti: “Stiamo tenendo d’occhio l’Iran. Sapete, abbiamo un sacco di navi che si stanno dirigendo in quella direzione, giusto per sicurezza. Abbiamo una grande flottiglia che ci va e vedremo cosa succede.”
Poi ha ripetuto il solito ritornello sul non far ripartire il programma nucleare di Teheran, ribadendo davanti a un ridotto pubblico connesso a distanza. Non ci stupisce che, all’indomani, il prezzo del petrolio faccia un salto: il Brent con consegna a marzo schizza all’1,1% sopra i 64,77 dollari al barile, mentre il WTI si regge a $60,06 con un modesto +1,2%. Segnali inequivocabili che ogni volta che il caro Presidente apre bocca, i mercati fanno la ola.
Aggiungiamo un altro tocco di drammaticità: i numeri della repressione in Iran sono semplicemente da Guinness delle brutture. Almeno 5.002 morti e 27.000 arresti a seguito delle proteste nazionali scatenate dalla crisi economica infinita del paese, aggravata dal disastroso cambio valuta e prezzi alle stelle. Un discreto caos, insomma, da cui scaturiscono le mitiche dichiarazioni di un Presidente che ad un tratto sembra contenere il suo spirito bellicoso.
La settimana scorsa, infatti, Trump si era quasi vergognato a minacciare ancora, dicendo che “fonti molto importanti” a Teheran gli avevano detto che le uccisioni erano cessate”. Ma chi ha ascoltato la sua voce sull’Air Force One, avrà capito che la cautela non dura mai molto.
La sua ultima bordata e l’impressionante accumulo navale statunitense nel Golfo mettono in fibrillazione i mercati dell’energia. Ricordiamo che l’Iran è un membro chiave dell’OPEC, con più di 3 milioni di barili di petrolio al giorno da gestire. Un dettaglio non da poco nel gioco geopolitico globale.
L’Iran tra tattiche di vecchio stampo e alleanze strategiche
Aditya Saraswat, esperto di energia per il Medio Oriente e Nord Africa, snocciola le opzioni possibili: mantenere la situazione ferma com’è, cercare un accordo diplomatico che faccia felice Trump o addirittura sperare in un cambio di regime americano style. Le solite sceneggiature da incubo diplomatico.
Le vecchie carte dell’Iran – chiusura dello Stretto di Hormuz, affidarsi al commercio con Cina e minaccia nucleare – restano sul tavolo, ma sono scrutinate con attenzione, visto che potrebbero anche ritorcersi contro il regime stesso. Una di queste genialità è chiudere il passaggio più importante al mondo per il petrolio, che collega il Golfo Persico al Mare Arabico. Un bel casino globale, insomma.



