I vertici del Parlamento europeo bocciamo il divieto di visto per l’ex commissario Breton: chi l’avrebbe mai detto?

I vertici del Parlamento europeo bocciamo il divieto di visto per l’ex commissario Breton: chi l’avrebbe mai detto?

Il Parlamento Europeo ha deciso di prendere una posizione solida, quasi eroica, contro il bizzarro divieto di ingresso negli Stati Uniti inflitto all’ex Commissario Thierry Breton. Naturalmente, questa decisione USA si basa unicamente sul suo ruolo nella creazione e applicazione del Digital Services Act (DSA), una legge tutta europea pensata per proteggere gli utenti online. Come se il fatto di voler difendere i cittadini del Vecchio Continente fosse una colpa così grave da meritare una punizione personale degna di un cattivo film di spionaggio.

In pratica, stiamo assistendo a una personalizzazione della politica europea che non avrebbe nulla da invidiare a una soap opera: un attacco diretto, velenoso e particolarmente stupido alla sovranità regolamentare dell’Unione Europea. Certo, perché cosa c’è di meglio che punire un funzionario europeo per aver fatto il proprio lavoro, e dunque per aver difeso l’autonomia dell’UE da ingerenze esterne? Magari è una nuova strategia diplomatica made in USA per insegnarci cosa significa davvero essere “liberi”.

Secondo gli articoli 340 e 343 del TFUE, assieme al Protocollo n. 7, ogni azione svolta dai membri della Commissione nell’esercizio delle loro funzioni dovrebbe godere di una sorta di protezione quasi sacra, funzionale e garantita dall’Unione stessa. Ma ovviamente, quando una potenza straniera decide di mettere i bastoni tra le ruote, a Bruxelles si affrettano a promettere sostegno legale e finanziario a chi viene colpito, mentre aspettano che la «missione diplomatica» faccia miracoli per far revocare il divieto. Davvero rassicurante e molto efficiente come metodo.

Come se non bastasse, il Parlamento Europeo esorta che tutte le istituzioni UE si prendano per mano e rispondano con una sorta di «fronte unito», così da assicurare che chiunque osi molestare gli attuali o ex membri della Commissione riceva una bella risposta coordinata. Chissà cosa hanno in mente: una lettera formale? Un comunicato stampa? Forse un tweet ironico? Intanto, mentre la diplomazia fa il suo show, i veri problemi restano sul tavolo, e la tutela del lavoro della Commissione sembra essere solo un bel titolo per i comunicati.

Un precedente pericoloso

Se vogliamo essere seri, questo episodio pone una questione ben più grave di un semplice caso personale: si sta creando un precedente pericolosissimo per l’indipendenza delle istituzioni europee. Se ogni membro dell’UE può essere punito individualmente da un paese terzo per decisioni assunte nell’esercizio delle proprie funzioni, addio autonomia normativa e autorità europea. Sarà un bel gioco di politica internazionale, ma non è un caso che si parli di “attacco alla sovranità regolamentare”.

E ricordiamoci che stiamo parlando del Digital Services Act, il tentativo europeo di mettere un po’ d’ordine nel caos digitale e nella gestione dei colossi tecnologici. Tecnologia e mercato globale sono ormai una giungla, e l’UE prova a dettare regole senza farsi mettere i piedi in testa da nessuno. Ma se gli Stati Uniti decidono di rispondere con un divieto di visto al responsabile europeo di queste regole, allora possiamo anche smettere di fingere che l’UE sia un attore sovrano sul palcoscenico globale.

Insomma, si profila l’ennesimo spettacolo (tragico per l’Europa) in cui la protezione di principi fondanti come il rispetto dei trattati e la protezione funzionale dei commissari UE degenerano in propaganda, annunci solenni senza sostanza e sceneggiate diplomatiche degne di un reality show. Nel frattempo, l’ex commissario Breton guarderà probabilmente con un misto di incredulità e sarcasmo questa farsa internazionale. Noi, da parte nostra, non possiamo fare altro che ridere – amaro – di fronte a un futuro in cui il diritto e la diplomazia si trasformano sempre più in un gioco di potere e prepotenza.

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