Starmer sulle spine della diplomazia mentre Trump fa il suo show di insulti

Starmer sulle spine della diplomazia mentre Trump fa il suo show di insulti

È ovvio che i diplomatici britannici si vantino dell’altrettanto famoso quanto patinato “speciale rapporto” con gli Stati Uniti. Se non avete mai sentito questo termine, sappiate che è stato coniato dal leggendario Winston Churchill, quel “grande uomo” che durante la guerra cantava le lodi di questo sodalizio mentre scendeva la “cortina di ferro” sull’Europa nel lontano marzo 1946. Ovviamente, il discorso è stato pronunciato a Westminster College nel cuore del Missouri, a casa del presidente americano dell’epoca, Harry Truman. La sceneggiata è stata preventiva, con Truman che ha potuto sbirciare la copia in anticipo.

Il buon Churchill avvertiva del pericolo comunista, dichiarando che né “la prevenzione certa della guerra” né “l’ascesa continua delle organizzazioni mondiali” sarebbero possibili senza quella cosa che lui chiamava “l’associazione fraterna dei popoli anglofoni”. Tradotto: un rapporto speciale, la combo Imperiale del Commonwealth britannico e Stati Uniti. Magari mentre pronunciava queste parole lettere erano già pronti ad essere incorniciate sui muretti della City di Londra.

Ovviamente, non sono solo gli inglesi a sentirsi l’“amico del cuore” d’oltreoceano: anche Israele, Canada e chissà quale altro Paese si fregiano del loro particolare rapporto speciale, perché, si sa, la fortuna ama chi se la vanta. La Francia, che si dice sia l’“alleato più antico” degli americani, ha persino avuto l’onore di essere menzionata da Joe Biden in persona durante una visita di stato a Parigi nel 2022. Applausi.

Però buttatevi sulla sedia: nessuno ha un rapporto “speciale” come quello tra Regno Unito e Stati Uniti. La splendida alleanza forgiata durante la Guerra Fredda smercia amicizia nucleare, cooperazione strategica e un’industry della difesa talmente intrecciata da sembrare un matrimonio di convenienza senza absit iniuria verbis.

Ironia della sorte, mentre molti presidenti americani hanno speso la parola “speciale” a sproposito, il record di pronunciamenti spetta a Donald Trump. Nel settembre scorso, la Casa Bianca ha persino pubblicato una scheda intitolata “The Special Relationship” per sottolineare quanto il legame con il Regno Unito sia “unico al mondo” e che “saranno sempre amici”. Sì, chi non vorrebbe un amico che minaccia dazi come se fosse un mercato di periferia?

Keir Starmer, primo ministro britannico, si è quindi trovato sul filo del rasoio di un equilibrio diplomatico mentre Trump minacciava dazi aggiuntivi su otto paesi europei, incluso ovviamente il Regno Unito, a meno che non si sostenga il suo brillante ed economicamente geniale piano di acquistare la Groenlandia. Sorvolando il fatto che comprarsi isole come fossero figurine non è abbastanza dandy per un presidente americano.

A differenza del solito Emmanuel Macron, che ha chiamato l’Unione Europea a usare il suo “strumento anti-coercizione” contro il gigante a stelle e strisce – come se fosse cosa da poco mettere un braccio di ferro fra giganti – Starmer ha scelto la via della ragionevole diplomazia, ovvero non opporsi con dazi di rappresaglia, perché, ovviamente, “una guerra commerciale non conviene a nessuno”. Chiaro che mantenere le buone maniere con chi potrebbe irrompere alla Casa Bianca in giubbotto di pelle sia il vero sport nazionale.

Nel suo patinato discorso, Starmer ha pure ricordato al popolo che qualsiasi decisione sul destino della Groenlandia spetti esclusivamente ai loro abitanti e al Danimarca. E, ciliegina sulla torta, ha sottolineato i benefici dello stretto partenariato con gli Stati Uniti, in nome del bene nazionale, soprattutto in materie di difesa, sicurezza e spionaggio, mica roba da nulla.

Un vero capolavoro di diplomazia che, però, farà scivolare Starmer nelle critiche dei suoi connazionali, convinti che prediliga parlare con Washington piuttosto che occuparsi del disastroso stato di casa sua. Tanto per cambiare, l’opposizione interna vorrebbe un atteggiamento più muscolare, da vero Macron del Nord contro Trump. Del resto, anche l’opinione pubblica britannica non è convinta che acconsentire al mercanteggiamento della Groenlandia sia il massimo della dignità.

Durante una partita NBA a Londra, una spettatrice ha perso la pazienza e ha urlato “lasciate stare la Groenlandia”, ricevendo applausi da un pubblico certamente non proprio antiamericano. Questo dimostra due cose: primo, che perfino gli aficionados della cultura degli USA hanno più senso degli alfieri del “special relationship”; secondo, che le reazioni contro la vulgata di amicizia eterna con i States stanno prendendo quota.

Per aggiungere pepe, anche qualcuno dentro il Foreign Office inglese sta lanciando qualche sussurro critico, facendo sembrare il dipartimento equivalente al nostro ministero degli Esteri un covo di scettici pronti a mettere il dito nella piaga. A quanto pare, il sacro vincolo inglese-americano non convince tutti nemmeno tra i suoi stessi custodi.

Che bello assistere alla magnifica danza diplomatico-commerciale tra Keir Starmer e Donald Trump, due personalità la cui affinità va oltre il semplice apprezzamento reciproco: Starmer adora l’idea di corteggiare il cowboy di Trump con inviti stravaganti per una seconda visita di stato senza precedenti, mentre nel suo stesso dipartimento qualcuno storce il naso per questo eccesso di adulazione. Detto ciò, la maggioranza sembra ingenuamente convinta che tenersi buono Trump, pur se imprevedibile come un gatto sui tacchi, sia comunque meglio che ignorarlo completamente. Dopotutto, almeno lui risponde al telefono – una qualità di rara utilità in politica internazionale.

Peccato che questa strategia rischi di naufragare miseramente grazie a un geniale commento di Trump appena ieri: l’ex presidente ha definito la cessione delle Isole Chagos, un arcipelago nell’Oceano Indiano sotto sovranità britannica dal 1814, a Mauritius come “un atto di grande stupidità e totale debolezza”. Ironia della sorte, proprio Trump dichiarava, quando il passaggio di proprietà è stato annunciato nel febbraio dell’anno passato, di avere “la sensazione che andrà tutto molto bene.” Evidentemente la sua sfera magica politica ha un rivolo di incertezza non indifferente.

Nel frattempo, il rapporto tra le due nazioni si mette ulteriormente alla prova per il via libera da parte del Regno Unito a una nuova, gigantesca ambasciata cinese a due passi dalla City di Londra. Proprio così, abbiamo deciso di ignorare con convinzione le preoccupazioni della Casa Bianca per le insidiose vicinanze a cavi di dati super-sensibili che collegano il cuore finanziario britannico. Che potrebbe mai andare storto?

Le Opzioni Limitate di Starmer: Fare la Bella e la Bestia

Analizzando l’approccio smaccatamente pragmatico di Starmer, diventa lampante che nel faccia a faccia commerciale con la superpotenza americana il Regno Unito non può permettersi di fare la voce grossa. Dopotutto, con un’economia considerevolmente più piccola e fuori dal mercato unico europeo, ogni azzardo tariffario rischierebbe di trasformarsi in un boomerang letale.

Per farci un’idea basta guardare ai numeri; nel 2024 l’export britannico verso gli Stati Uniti ha toccato quota 68,2 miliardi di dollari, una cifra da far tremare le ginocchia a chiunque pensi di pestare i piedi a Washington. In cima alla lista delle prede potenziali ci sono i cari e vecchi produttori d’auto, con un fatturato di 10 miliardi di sterline (circa 13,4 miliardi di dollari) nel solo anno fino a giugno 2023: escludendo il settore farmaceutico, questa industria è il più grande esportatore singolo britannico. Fortunatamente, queste ultime godono ancora di un’esenzione tariffaria frutto di un accordo stipulato proprio il mese scorso, un vero capolavoro diplomatico che ha aperto le porte ai maghi del farmaco americani come Bristol Myers Squibb.

Nonostante i fanfaroni politici abbiano celebrato l’accordo come un trionfo, il mistero resta sul possibile impatto di nuove tariffe legate alla questione della Groenlandia, tema caldo che balza spesso negli slogan ma raramente nelle soluzioni pratiche.

Mentre alcuni analisti come Capital Economics paventano uno squarcio recessivo con una contrazione del PIL britannico tra lo 0,3% e lo 0,75% se le tariffe stessero per scattare, altri come Simon French, economista capo di Panmure Liberum, ridimensionano l’allarme, sostenendo che un’imposta piatta sul 10% di 60 miliardi di sterline non sposterebbe di molto l’orizzonte della crescita per il 2026.

La risposta più “logica e strategica” suggerita da qualche mente illuminata d’oltre Manica sarebbe quella della rappresaglia finanziaria, argomento sensibile considerando che i Paesi NATO europei detengono ben 2,8 trilioni di dollari in Treasury americani, di cui 889 miliardi soltanto nel Regno Unito. Se Trump decidesse di azzardare davvero, la risposta potrebbe trasformarsi nel revival di quel “tutto meno l’America” che fece capolino dopo il “Liberation Day” del 2 aprile scorso.

Mercati e investitori sembrano già fiutare aria di tempesta: il fondo pensione danese AkademikerPension ha annunciato la vendita di 100 milioni di dollari in Treasury, giustificando la decisione con una governance americana giudicata “malata” ma senza troppi drammi per le tensioni politiche. Nel frattempo, martedì scorso, fuga in massa da azioni, obbligazioni e dollaro verso rifugi sicuri come oro e argento. Insomma, sembra proprio che la fuga dal capitale yankee possa rivelarsi tatticamente più intelligente delle semplicistiche (e sciagurate) ritorsioni tariffarie.

Consigli Star Starmer: Diplomazia o Danza sulla Fune?

Chris Southworth, segretario generale della Camera di Commercio Internazionale britannica, invita i Paesi europei a concentrarsi su quella vecchia e nobile arte chiamata diplomazia, nel clima incandescente di nuove minacce tariffarie da parte dell’ex presidente Trump sul dossier Groenlandia.

D’altra parte, l’esperto danese di politica estera Sten Rynning mette in guardia l’Europa: preparatevi a una vera guerra commerciale con gli Stati Uniti. Sì, perché il gioco al rialzo tra superpotenze è ormai più simile a un non troppo elegante scontro tra pugili ubriaconi.

Restando in tema, Jane Foley, capo stratega Forex di Rabobank, offre una lettura critica degli ultimi dati sul PIL britannico, che forniscono un altro tassello per comprendere come questo intricato gioco di tensioni politiche e misure commerciali possa evolvere nel tortuoso labirinto dell’economia mondiale.

Che spettacolo: il grandissimo alleato Donald Trump si scaglia con ardore contro il Regno Unito, proprio quello che una volta chiamava “speciale”. Ovviamente la scintilla che ha acceso la miccia è la decisione londinese di restituire la sovranità delle Isole Chagos a Mauritius. Giusto un dettaglio insignificante per chi è abituato a vedere tutto come una partita di scacchi geopolitici a 5 dimensioni.

È confortante sapere che mentre il Regno Unito cerca di smorzare le tensioni – magari con qualche magia o prateria diplomatica – sperando di evitare la minaccia di tariffe su Groenlandia, dalla Danimarca e dalla stessa isola arriva un chiarissimo “decidiamo noi, grazie”. Ma chi siamo noi, poveri mortali, per fiatare?

Inizio del Declino: Tra Isole, Tariffe e Rapporti “Speciali”

Per non farsi mancare proprio nulla, il Regno Unito si trova ora alle prese con l’idea di vietare l’uso dei social media ai minori di 16 anni, parola magica che sta facendo il giro del mondo dopo l’esempio australiano. Chissà se questa brillante idea risolverà tutti i problemi o semplicemente creerà una nuova generazione di teenager ribelli offline.

Il segretario generale della Camera di Commercio Internazionale nel Regno Unito, Chris Southworth, non usa mezzi termini parlando delle tariffe: sono “semplicemente indesiderate” e basta. Evidentemente non si è accorto che le interruzioni che affliggono il mondo degli affari sono già così tante che aggiungerne altre sembra il passatempo preferito di certi potenti.

I Mercati: Tra Cadute e Leggeri Rimbalzi

La borsa del Regno Unito ha fatto un leggero passo indietro durante l’ultima settimana, mentre Trump scalda i toni contro l’Europa per il suo orgoglioso rifiuto di farsi “conquistare” Groenlandia. Il FTSE 100 è sceso dello 0,67%, passando da 10.137,35 a 10.126,78. Non proprio il collasso, ma nemmeno una passeggiata nel parco.

Curiosamente, malgrado tutto, la sterlina ha dato segni di vita e ha recuperato terreno sul dollaro, passando da 1,3418 a 1,3435. E quando si parla della sterlina, ci si chiede sempre se sta ballando al ritmo delle mosse di Trump o se ha semplicemente deciso di prendersi una pausa.

Le obbligazioni britanniche a 10 anni, i cosiddetti “gilts,” hanno invece visto aumentare i loro rendimenti, toccando il 4,464% rispetto al 4,359% della settimana precedente. Tutto merito, quasi sicuramente, delle incertezze globali, che funzionano sempre come un turbo per questi indicatori, soprattutto quando la confusione politica la fa da padrona.

Appuntamenti da Non Perdere (o Da Dimenticare Subito)

Idea brillante: segnatevi queste date per osservare come il caos continuerà a danzare nel Regno Unito:

21 gennaio – Inflazione di dicembre, il termometro perfetto per sapere quanto ci brucia ancora la crisi.

22 gennaio – Vendite al dettaglio di gennaio, perché niente dice “felicità” come un giro nei negozi.

23 gennaio – Fiducia dei consumatori secondo GfK, per capire se davvero crediamo ancora nella magia dell’economia o se siamo ormai dei sopravvissuti in attesa del prossimo disastro.

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