Una dimostrazione con slogan tipo «mani via dalla Groenlandia» e «Groenlandia ai groenlandesi» si è svolta davanti all’ambasciata americana a Copenaghen, Danimarca, il 17 gennaio 2026. Un po’ ovvio, visto che il suo primo ministro, Jens-Frederik Nielsen, ha recentemente consigliato all’isola e ai suoi abitanti di prepararsi a «tutte le evenienze». Tradotto: non esclude che gli Stati Uniti possano davvero mettere mano a un’azione militare per prendere il controllo di questa semi-autonoma terra artica, che – sì, sorpresa – fa parte della Danimarca.
Alza la mano chi non aveva mai pensato a questa ipotesi come a qualcosa di completamente fuori dal mondo. Ma Nielsen, con tono solenne, ha ammesso che pur essendo uno scenario improbabile, non si può più ignorare il rischio visto che «l’altra parte» – esplicito riferimento agli USA – non ha ancora escluso l’uso della forza militare. Lettura di rito: Trump ha deciso di trasformare la Groenlandia nella sua personale riserva di caccia geopolitica.
Il primo ministro groenlandese ha voluto poi rassicurare il suo popolo annunciando l’inizio di una campagna informativa con consigli pratici, tipo prepararsi con almeno cinque giorni di cibo in casa. Ma non è tutto: stanno addirittura costituendo un team d’emergenza che unirà municipalità, polizia e il Joint Arctic Command danese, così, giusto per non farsi trovare impreparati.
Nel frattempo, Nielsen ha cercato di mantenere un velo di calma, ammettendo che «siamo in un momento difficile, stressante» e che «non si può escludere un’escalation verso qualcosa di peggio». Tradotto: tenetevi pronti perché la situazione puzza di bruciato, e noi qui a incrociare le dita.
Da parte sua, Donald Trump non si è scomposto, rifiutando di specificare quali mosse intenda fare per conquistare l’isola artica. Alla domanda su fin dove sarebbe disposto ad arrivare, il caro presidente ha risposto con solenne mistero:
«Lo scoprirete presto.»
Il che suona un po’ come un «fidatevi di me» versione maestro del rischio geopolitico. Come se il mondo fosse un gigantesco gioco da tavolo e non la dimostrazione lampante di come l’arroganza superi il buon senso. Nel frattempo, le forze armate danesi hanno diramato comunicati sui loro addestramenti militari in Groenlandia insieme a truppe europee, precisando con tono rassicurante che stanno «rafforzando la presenza in Groenlandia e nell’Atlantico del Nord».
Motivo? La «situazione di sicurezza mutata» che, ovviamente, richiede attenzione da parte di Danimarca e NATO. Falla così: la presenza rafforzata e l’annuncio ufficiale di addestramenti non fanno altro che sottolineare quanto la tensione si stia alzando su un’isola sperduta e fredda, che fino a ieri pareva innocua.
E Trump? Il solito campione di realismo da bar, ha liquidato con sufficienza la possibilità che i leader europei possano opporsi davvero, spiegando ad alta voce in Florida con la disarmante incapacità di chi non conosce il significato di «diplomazia»:
«Non credo che opporranno grande resistenza. Dobbiamo averla noi […] Tanto loro non riescono a proteggerla.»
Insomma, il pianeta sta assistendo a una specie di realtà parallela dove la sovranità di un popolo può essere comprata, venduta e conquistata con l’aria di chi sceglie il menù al ristorante. Nel frattempo, sabato scorso, il nostro imprenditore culturale politico – perché chiamarlo semplicemente presidente ormai è un esercizio di stile –, ha minacciato otto nazioni europee con dazi più alti, iniziando dal 10% dal primo febbraio e salendo fino al 25% da giugno, qualora non venisse stretto un accordo per acquisire la Groenlandia.
Risultato? I paesi europei stanno valutando contromisure epiche, con dazi di ritorsione e azioni punitive economiche più ampie contro gli USA. Il tutto mentre un vecchio gioco di potere globale si trasforma davanti ai nostri occhi in una tragicommedia artica dove i protagonisti credono che minacciare con parecchi soldi e qualche muscolo militare sia la ricetta magica per il successo.



