Non c’è nulla che scuota più l’orgoglio europeo dell’annuncio improvviso di nuove tariffe da parte di un presidente americano impegnato a trasformare il mondo in un mercato a senso unico. L’ultimo capolavoro è targato Donald Trump, che ha promesso di imporre dazi ai danni di ben otto paesi europei – perché solo così si sente veramente soddisfatto, piccole punizioni multilaterali. L’indice Stoxx Automobiles and Parts ha subito il suo bel crollo del 2%, intorno alle 8:41 di mattina a Londra, giusto per ricordare che quando l’America tossisce, l’Europa prende l’influenza.
Se vi stavate chiedendo se questa crisi avrebbe almeno risparmiato qualche gioiello continentale, vi sbagliate di grosso. Le azioni delle glorie tedesche come Volkswagen, BMW e Mercedes-Benz Group sono precipitate tra il 2,6% e il 4,4%. Nel frattempo, a Milano, anche i cavalli rampanti della Ferrari hanno deciso di fare un piccolo passo indietro, scendendo circa del 2%. Il gruppo Stellantis, che custodisce nomi preziosi come Jeep, Dodge, Fiat, Chrysler e Peugeot, non è stato da meno, perdendo l’2,1%.
Tutto questo caos segue la brillante trovata di Trump di caricare del 10% di tariffe, a partire dal primo febbraio, i paesi sotto tiro: Regno Unito, Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Finlandia. Il motivo? Semplice generosità verso il thawing del valore strategico della Groenlandia, un territorio autonomo danese che Trump vorrebbe strappare con la grazia di un elefante in cristalleria e integrarlo nello zoccolo duro americano.
Non si accontenta, il nostro eroe, e annuncia che dal 1° giugno quel 10% diventerà un bel 25%, perché, si sa, quando si tratta di scalare dazi è come giocare con i dadi truccati a casa propria. Nel frattempo, in Europa fervono i preparativi per discussioni d’emergenza tra leader politici che probabilmente già sognano mosse di vendetta diplomatica degne di un thriller internazionale.
Settore auto: un colosso europeo messo a nudo
Il settore automobilistico europeo, tra catene di fornitura iper-globalizzate e una dipendenza quasi morbosa dalla produzione in Nord America, è il bersaglio preferito. Non è certo una novità, ma qui si porta il concetto di “vulnerabile” a un livello artistico. Come ha sottolineato Rob Brewis, direttore e manager d’investimento di Aubrey Capital Management:
Rob Brewis said:
“Alla fine i dazi sono uno strumento rozzo che raramente funziona davvero a lungo termine. Questo soprattutto perché l’economia globale è oggi un’accozzaglia intricata e piena di scappatoie che le aziende e i paesi riescono a percorrere anche senza riuscire a negoziare.”
Insomma, una festa che infiamma solo per un momento, per poi assopirsi tra mille aggiramenti delle regole e nuove strategie di sopravvivenza commerciale. Il buon Brewis ha continuato con un lampo di saggezza glaciale:
Rob Brewis said:
“Chiaramente, i dazi avevano sbattuto la porta con clamore nell’aprile dello scorso anno, ma da allora il loro impatto si è affievolito con il tempo e l’abitudine.”
Quando gli è stato chiesto quale fosse il settore europeo maggiormente esposto all’ultimo balzo tariffario made in Trump, il manager non ha avuto dubbi: il settore auto. Fantastico, visto che già si trova alle prese con una concorrenza cinese che spinge forte e fa tremare ogni motore europeo tradizionale.
Rob Brewis said:
“Il mio interesse principale sono i mercati emergenti, quindi passo meno tempo a dedicarmi all’Europa, ma credo che tutto questo sia decisamente controproducente per settori come quello dell’automobile, che sono già sotto il tiro incrociato di sfide gigantesche.”
Restiamo a guardare questa partita tragicomica tra protezionismo e globalizzazione, dove a scendere in campo non sono solo i mercati ma anche la coerenza politica, che sembra sempre più in vacanza permanente.



