Immaginate la scena: María Corina Machado, paladina dell’opposizione venezuelana e vincitrice del Premio Nobel per la Pace, con fare solenne si presenta alla Casa Bianca per infilare il suo prestigioso riconoscimento al collo del presidente Donald Trump. Sicuramente il gesto più inaspettato dell’anno, se non del decennio, che ha sollevato un polverone di incredulità e disgusto tra i più illustri legislatori norvegesi. Se mai avessero pensato che il Nobel fosse qualcosa di serio, beh, evidentemente si sono sbagliati.
Janne Haaland Matlary, professoressa di politica internazionale all’Università di Oslo e ex sottosegretaria al ministero degli esteri, si è lasciata sfuggire un giudizio impietoso: definire il gesto di Machado “disgustoso” e “patetico” è quasi un eufemismo. Secondo lei, questo teatrino ha sminuito il valore stesso del premio, consegnato con serietà dalla famigerata Commissione Nobel norvegese. Che qualcosa stia andando storto, lo si vede chiaramente quando un prestigioso riconoscimento viene usato come una specie di gadget di propaganda.
Raymond Johansen, deputato norvegese del Partito Laburista e ex sindaco di Oslo, ha definito l’episodio “incredibilmente imbarazzante” e persino “dannoso” per uno dei premi più rispettati e importanti al mondo. Perché, si sa, niente dice “rispetto per la pace” come un premio consegnato a un uomo che ha fatto del caos e dell’ostilità politica la sua seconda pelle.
La stessa Machado, entusiasta dell’incontro con Trump, ha giustificato il suo “dono” come un “profondo segno di gratitudine” per l’inestimabile supporto del presidente degli Stati Uniti al popolo venezuelano. Come se un’operazione militare americana – che ha neanche troppo discretamente arrestato Nicolás Maduro il 3 gennaio – potesse ricevere altri applausi se non da chi ci guadagna direttamente.
Donald Trump ha ricambiato con un ringraziamento su social media, definendo il gesto “meraviglioso” e simbolo di “rispetto reciproco”. La Casa Bianca ha addirittura pubblicato una foto del presidente che sfoggia trionfante la medaglia incorniciata d’oro, un’immagine perfetta da distribuire a chi ancora crede nella tradizione e nei valori nobili del premio. Immaginate la scena: un ex presidente statunitense che si autoassegna, in tutta tranquillità, un premio per la pace. Assolutamente normale.
Un busto di Alfred Nobel, il signore che ha fondato tutto questo baraccone, si erge fuori dall’Istituto Nobel norvegese ad Oslo. Probabilmente starà girando nella tomba, assistendo a questo spettacolo di politically correct travestito da reality show politico.
Il Nobel Peace Center, il museo che celebra il premio, ha ben sintetizzato la situazione con una punta di sarcasmo via social: “Una medaglia può cambiare proprietario, ma il titolo di vincitore del Premio Nobel per la Pace no.” Tradotto: il premio non si vende, non si cede, non si presta, non si regala per fare propaganda. Ma evidentemente certi eventi sono talmente moderni da sfuggire a ogni regola tradizionale.
La Commissione Nobel norvegese ha reiterato: “I fatti sono chiari. Una volta assegnato, il Premio Nobel non si può annullare, dividere o trasferire. La decisione è definitiva, per sempre.” Eppure, qui sta il bello, questa “definitività” non sembra bastare a tanti, visto che la medaglia gira come una medaglietta da bar sport.
Trygve Slagsvold Vedum, leader del Partito di Centro norvegese, non ha potuto resistere e ha commentato al riguardo: “Il fatto che Trump abbia accettato la medaglia dice molto su cosa rappresenta: un classico capro espiatorio che si crogiola in premi altrui e lavora con quelli.”
Inutile chiedere un commento dalla Casa Bianca, che ovviamente era occupata, forse ad incorniciare la medaglia o a pianificare la prossima mossa politica con il Nobel in tasca.
Pace? Politica prima di tutto
La cosa divertente è che Donald Trump non ha mai nascosto la sua ambizione di ricevere un Nobel per la Pace. Quando la Commissione Norvegese ha assegnato il premio a Machado nell’ottobre scorso, la Casa Bianca ha prontamente reagito accusando il comitato di mettere la “politica prima della pace”. Una frase che suona quasi come un’ironica ammissione. Strano però che nessuno abbia notato che Trump medesimo è magistralmente maestro in questa arte.
Alcuni parlamentari norvegesi, abbastanza magnanimi da sgravarsi dall’imbarazzo di questa sceneggiata, hanno spiegato che il gesto di Machado non cambia sostanzialmente la proprietà effettiva del premio. In altre parole, se vuoi regalare la tua medaglia, fallo pure, ma il titolo resta a te.
Dag-Inge Ulstein, leader del Partito Cristiano Democratico, ha sottolineato a NRK che non ci sono dubbi: il Nobel per la Pace appartiene ancora a Machado. Una consolazione per i benpensanti, seppure un po’ da barzelletta, visto il contesto attuale.
Ine Eriksen Søreide, ex ministro della Difesa e membro del Partito Conservatore norvegese, ha condiviso questa visione, chiarendo che il semplice fatto che Trump abbia la medaglia non implica affatto che detenga il premio. L’illusione di possesso potrebbe bastare per chi ama la propaganda, ma la realtà storica e istituzionale rimane ben diversa.



