Perché sprecare tempo a parlare di ambiente, quando si può mettere pressione facendo leva proprio sui soldi? Un cambio di rotta mica da poco, soprattutto considerando che i giganti del petrolio stanno facendo il contrario: rincarare la dose con gli idrocarburi e tirare indietro sui cosiddetti investimenti “green”, tutto per gonfiare i profitti come se non ci fosse un domani.
Questa nuova mossa è stata lanciata con il sostegno di ben 23 investitori istituzionali, che insieme gestiscono la cifra da capogiro di 1,5 trilioni di euro (sì, avete letto bene). Hanno co-firmato nuove risoluzioni azionarie per le assemblee annuali di due perle del settore: la Shell e la BP, entrambe pubblicamente quotate a Londra. La proposta? Semplice e imbarazzante, richiedere trasparenza sulle strategie aziendali per mantenere valore agli azionisti nonostante la domanda di petrolio e gas in declino – magari considerando gli scenari più ottimistici dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE).
Mark van Baal, fondatore di Follow This, ha incenerito la situazione così durante una videochiamata con CNBC:
“Ogni investitore che abbia un briciolo di buon senso – compresa la BlackRock – sa benissimo che il cambiamento climatico sta mettendo a rischio l’intero portafoglio. Lo sanno tutti, ma si guardano bene dal fare qualcosa.”
E prosegue con la solita verità scomoda che nessuno vuole sentire:
“Abbiamo capito che, per aumentare la pressione sulle compagnie petrolifere, serve più voti e un motivo in più per discutere. Cambieranno solo se il loro modello di business diventa poco redditizio, se perdono la licenza di operare o se gli azionisti li spingono verso un’altra direzione. È sempre stata quest’ultima la nostra leva.”
La reazione di Shell ovviamente non si è fatta attendere, ma è chetissima, e inutile dirlo: la solita risposta di circostanza, rassicurante quanto una zuppa riscaldata.
Una portavoce di Shell ha fatto sapere:
“Come con qualsiasi risoluzione che rispetta i requisiti procedurali, il Consiglio la esaminerà e formulerà una raccomandazione agli azionisti nella nostra convocazione per l’assemblea annuale.”
La BP, invece, ha preferito starsene zittona – perché rispondere a domande scomode è sempre rischioso, soprattutto quando si tratta di denaro.
Per chi se lo stesse chiedendo, Follow This non è nuova a simili manovre. Anzi, ha già ottenuto una maggioranza di supporto in passato, anche se negli ultimi anni il sostegno si è fermato a un modesto 20%. Colpa della paura dei rischi legali, soprattutto negli agguerriti Stati Uniti.
Il cambio di strategia, dicono, è dettato dal fatto che molti investitori ancora guardano con sospetto le risoluzioni “climatiche”. Invece, il rischio finanziario è un tema che il consiglio di amministrazione non può mica liquidare come qualcosa di non rilevante.
Van Baal riassume la situazione:
“La gente è titubante. I politici esitando perché negli Stati Uniti c’è un presidente negazionista, mentre in Europa la destra copia quell’impostazione e i politici più centristi hanno paura a parlare di clima.”
Naturalmente, gli scienziati del clima non si stancano di ripetere che capire come ridurre l’uso dei combustibili fossili è la chiave per salvare il pianeta. Peccato che quelle parole per ora sembrano più uno sfogo da bar che una strategia condivisa.
Greenwashing o Green Energy? Il dilemma delle compagnie petrolifere
Prendiamo Shell, che ci tiene tanto a dichiarare l’obiettivo di essere “net zero” entro il 2050. Seguendo la nuova strategia di Follow This, stavolta la risoluzione è stata co-firmata anche da dipendenti attuali e passati (ben 24 in tutto). Ai vertici vogliono che il consiglio sia finalmente trasparente su come intendano generare valore quando la domanda di fossil fuel diminuirà.
Arjan Keizer, uno degli ex dipendenti Shell che appoggia la risoluzione, è senza peli sulla lingua:
“Il consiglio dovrebbe dire chiaramente come pensa di far profitti mentre la domanda di combustibili fossili cala. Azionisti e dipendenti hanno diritto a queste informazioni per decidere se restare oppure no.”
Purtroppo, Shell e BP sembrano pronte a fare l’ennesima eterna passerella di belle parole, mentre intanto continuano a puntare sulla vecchia cara benzina. Trasparenza? No, grazie. Profitto? Sempre e comunque.
Che sorpresa: i grandi colossi dell’energia, dopo aver fatto tanto chiacchierare sul loro impegno per il pianeta, hanno deciso di tornare sui loro passi come novelli farfalloni attratti dal luminoso albero della vecchia e cara energia fossile. Shell e BP, infatti, hanno rispolverato le vecchie strategie puntando nuovamente su idrocarburi e gas, lasciando ai margini quei progetti “verdi” che tanto avevano ostentato. Un vero e proprio balletto ecologico con un finale da copione scontato.
Lo scorso anno, Wael Sawan, amministratore delegato di Shell, si è lasciato scappare davanti a CNBC che il gas e il gas naturale liquefatto (LNG) saranno la chiave della transizione energetica. Tra un sospiro e una battuta, ha affermato che il contributo più “importante” della compagnia consisterà nelle vendite di LNG. Chiaro segno che il verde per loro significa solo una sfumatura di gas più trasparente.
La domanda globale di LNG, stando alle prognosi della stessa Shell, dovrebbe aumentare del 60% entro il 2040, spinta dall’espansione economica in Asia e dalla necessità di ridurre le emissioni nelle industrie pesanti. Tradotto: più affari per loro, meno ossigeno per tutti noi. Ma, certo, è tutto “sostenibile”.
La trasparenza “vitali” secondo BP
BP, che si è guadagnata il primato di primo gigante petrolifero a promettere il “net zero” entro il 2050, ha cambiato idea così tante volte sul viaggio verso la sostenibilità che ormai sembra un giro sulle montagne russe. Ultimamente ha nominato il suo quarto CEO in sei anni, segno inequivocabile di un caos strategico degno di un reality show. La nuova prescelta è Meg O’Neill, attuale CEO di Woodside Energy, gigante australiano del gas. Lei prenderà il comando dal prossimo primo aprile, non si sa se in tono scherzoso oppure serio.
Sara E. Murphy, direttrice degli investimenti sistemici alla Sierra Club Foundation, una delle poche voci critiche tra gli investitori, ha gentilmente ricordato agli azionisti che la “vitalità” di una trasparenza seria è più importante di una promessa fatta con il cappello in mano. E ha messo in fila i tanti analisti che vedono un declino nel fabbisogno di petrolio e gas a livello globale, ribadendo che la strategia di crescita di BP suscita tutt’altro che entusiasmo nel mondo finanziario.
BP ha tirato un brusco frenata sul fronte green a febbraio dello scorso anno: ha promesso di tagliare gli investimenti nelle rinnovabili e di aumentare le spese sul proprio core business fossile. Un cambiamento di rotta che, guarda caso, è stato accolto con un applauso dai soliti analisti dell’energia più cinici. Nel piano rientra anche la vendita, finalizzata il mese scorso, del 65% della partecipazione nella divisione lubrificanti Castrol a Stonepeak per la modica cifra di 6 miliardi di dollari.
Insomma, tra promesse di neutralità carbonica e aumenti degli investimenti per petrolio e gas, i giganti dell’energia ci regalano uno spettacolo tragicomico degno della migliore (o peggior) commedia del capitalismo green.



