La guerra senza fine per i finti investitori britannici che nessuno vuole davvero

La guerra senza fine per i finti investitori britannici che nessuno vuole davvero
Regno Unito, gli investment trust sono spesso liquidati come una noiosa enclave di mercato destinata a far sbadigliare anche i più irriducibili appassionati di finanza. Questo nonostante vantino una capitalizzazione complessiva da capogiro di circa 265 miliardi di sterline, il che li rende il mercato più grande al mondo per fondi a capitale chiuso, come sarebbero chiamati oltreoceano.

Boaz Weinstein, l’attivista americano e cervellone del fondo hedge Saba Capital, che ha deciso di trasformare la calma piatta in una vera e propria tempesta.

Baillie Gifford — per citare il Baillie Gifford US Growth Trust, Edinburgh Worldwide Investment Trust (EWIT) e il Keystone Positive Change — più altri due controllati da Janus Henderson: Henderson Opportunities Trust e European Smaller Companies Trust. Come se non bastasse, ha messo in croce pure il CQS Natural Resources Growth & Income Trust, arrivando all’attacco più clamoroso: il Herald Investment Trust, un fondo da 1,2 miliardi di sterline guidato da Katie Potts, regina indiscussa delle small cap britanniche, osannata a Londra per aver scommesso in anticipo su aziende che oggi fanno parte del FTSE 100, da Arm Holdings a Diploma Group.

Saba ha subito una sonora batosta, perdendo in tutti e sette i voti azionari. Un colpo amaro per Weinstein, che ha confessato con candore al Wall Street Journal:

“Non mi era mai successo. Non avevo capito quanto il mondo finanziario britannico fosse un club chiuso.”

JP Morgan soprannominato “London Whale”, è tornato all’attacco. A novembre allo Sohn Investment Conference di Londra ha fatto il suo ingresso con due nuove posizioni, e prima di Natale ha lanciato un secondo assalto a EWIT.

EWIT. Del resto, da febbraio, la quota di Weinstein in EWIT è salita dal 25% a oltre il 30%. Il presidente del trust, Jonathan Simpson-Dent, ha confessato al The Sunday Times che il voto si baserà sulla maggioranza semplice: ovvero, per vincere, devono convincere almeno metà dei 24.000 azionisti, che insieme possiedono metà della società.

In altre parole, nessuna passeggiata: serve che 12.000 azionisti votino contro l’attivista (e lui a sua volta ha promesso battaglia legale se non dovessero fornire tutte le informazioni sul recente ottobre 2025, quando una parte della partecipazione è stata venduta).

Simpson-Dent ha sottolineato, senza troppo ottimismo,

“Dobbiamo far votare 12.000 persone contro Saba. Esiste uno scenario concreto per cui lui potrebbe controllare il trust anche se noi riusciamo a mobilitare solo 10.000 votanti.”

Non c’è niente di più divertente nel mondo degli investimenti di quando un fondo che ha guadagnato quasi il 950% su un investimento decide, per un motivo che sfida persino la logica commerciale, di vendere una parte delle sue azioni proprio prima di un merger milionario. Questo è successo a EWIT, che aveva puntato per la prima volta su SpaceX nel lontano 2018. Come se non bastasse, questa genialata è arrivata subito prima di una seconda vendita di azioni a dicembre, che ha spinto la valutazione di SpaceX a un incredibile 800 miliardi di dollari, lasciando per terra la bellezza di 37 milioni di sterline. Un vero capolavoro di tempismo.

La scusa ufficiale? Una regoletta autoimposta secondo cui nessun fondo deve investire più del 25% del patrimonio in società private. Chiarissimo, vero? Peccato che con questa svendita improvvisa, EWIT abbia infranto questa stessa regola prima ancora di completare l’operazione di fusione con il Baillie Gifford US Growth Trust, che guarda caso possiede anche quota in SpaceX. Complimenti per la coerenza, davvero!

Chi si è preso la briga di commentare questa vicenda è stato lo stesso Simpson-Dent, che ha ammesso candidamente al The Sunday Times:

“Posso capire perché tanta gente dica che l’immagine non è delle migliori.”

Forse potrebbe aggiungere qualche parola anche sull’apparente talento nel lasciare milioni “sul tavolo”, ma immagino che la sincerità abbia un limite qua e là. Nel frattempo, le tattiche aggressive di Weinstein, il signore che ha iniziato questa crociata contro i fondi pigri o disfunzionali, non gli hanno fatto guadagnare molti amici nel mondo finanziario del Regno Unito. Ma che importa? Almeno ha mosso le acque.

Non sorprende infatti che alcuni dei fondi presi di mira un anno fa abbiano iniziato a muoversi per ridurre quel fastidioso sconto con cui le loro azioni vengono scambiate sui mercati. Uno di questi, Herald, ha persino lanciato un’offerta per acquistare le azioni a un prezzo vicino al valore patrimoniale netto, ma a una condizione: che Saba, che possiede il 30,7%, venda tutte o quasi tutte le sue quote. Ovviamente, un gesto che il buon senso improvvisamente detta proprio quando c’è da giostrare milioni di sterline.

Prosegue dunque l’eterna danza dei consigli di amministrazione di questi fondi, che paiono dormire sonni profondi nonostante le ultime cifre della Association of Investment Companies stiano a dimostrare una media del 15% di sconto persistente da maggio 2022. Se pensavate che la pazienza fosse una virtù, ecco la conferma che l’immobilismo è una malattia cronica. L’ultima volta che gli sconti sono stati così alti risale agli anni tra il 1997 e il 2001, ma probabilmente allora si era più attenti a non lasciare soldi facili in giro.

Se Weinstein riuscirà a scuotere qualche altro consiglio di amministrazione pigro e poco coraggioso, avrà comunque fatto un favore al settore. Anche se sembriamo nel bel mezzo di un paradosso: un mondo finanziario che si lamenta dei profitti e poi lascia che decine di milioni scappino via per negligenza o strategie cervellotiche.

Non solo SpaceX: scenari e riflessioni sul mercato UK

Nel frattempo, in un mondo immerso nelle meraviglie del mercato azionario del Regno Unito, le grandi storie di successo continuano imperterrite. Rolls-Royce, ad esempio, sta vivendo una delle sue giornate migliori di sempre, toccando nuove vette quasi ogni sessione di borsa, spinta da un robusto settore aerospaziale e difensivo e da un rally più ampio del FTSE 100. Le azioni di Rolls-Royce sono cresciute di quasi il 1200% negli ultimi cinque anni. Sì, avete letto bene: 1200%, un numero che sembra quasi una barzelletta a confronto con gli errori di EWIT.

Ma non sarò io a rovinare la festa a voi giovani disoccupati britannici, che secondo gli esperti state affrontando una valanga di problemi: dall’intelligenza artificiale che elimina i lavori di ingresso fino a una competizione sempre più agguerrita e un preparazione al mondo del lavoro che lascia decisamente a desiderare. Un quadro alquanto rassicurante per chi sperava in un futuro radioso.

La politica monetaria e i mostri dell’inflazione

Nel frattempo, i banchieri centrali globali si riuniscono per dire all’unisono “stiamo tutti insieme per proteggere il nostro amato Jerome Powell”. Il presidente della Federal Reserve ha un corpo di supporto che include anche la presidentessa della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, e il governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey. Tutti insieme hanno firmato una dichiarazione di solidarietà per consolidare l’indispensabile posizione di Powell. Non si sa se sia per simpatia o per mera necessità strategica, ma il coro è unanime.

Ma tra il serio e il faceto, non si può non notare la perfetta sintesi di Kallum Pickering, capo economista di un’importante società inglese, che su Twitter ha commentato la situazione inglese dicendo che:

“Il Regno Unito soffre di un problema economico da manuale: il cosiddetto ‘crowding out’, dove la cattiva gestione dei politici si riflette in tasse che salgono senza sosta e spese che esplodono… e poi c’è quel premio idiota che vediamo nella curva dei tassi inglese a lungo termine.”

In altre parole, sta davvero così male. Eppure, nonostante tutto, i mercati sembrano tenere botta. Il FTSE 100 è salito la scorsa settimana, alimentato da voci di una possibile fusione tra giganti minerari come Rio Tinto e Glencore, e da una Rolls-Royce che vola letteralmente alto, cavalcando un mercato elettrico in espansione.

Quanto alla valuta britannica, la sterlina ha tenuto posizione nei confronti del dollaro americano, oscillando lievemente intorno a quota 1,34, mentre i rendimenti dei titoli di Stato a 10 anni si sono leggermente abbassati, ma resta tutto molto stabile e prevedibile. Insomma, uno di quei contesti per cui ci si chiede davvero come facciano certi investitori a lamentarsi ancora.

Cosa ci aspetta nei prossimi giorni

Da questo punto di vista, segnatevi queste date: il 15 gennaio usciranno i dati del PIL UK relativi a novembre, mentre il 21 gennaio saranno pubblicati il tasso d’inflazione di dicembre e l’indice di ottimismo economico per il primo trimestre. Aspettatevi grandi movimenti, anche se puntualmente certe previsioni finiscono per essere più un esercizio di stile che previsioni reali.

Insomma, se cercavate segnali di coerenza e attivismo intelligente nel mondo finanziario britannico, continuate a guardarvi intorno. Magari qualche genio da fondo di investimento con il tempismo perfetto riuscirà a sorprenderci ancora. Oppure no. Nel frattempo, brindiamo all’ironia implacabile di chi, come sempre, sa raccontare tutto senza prendersi troppo sul serio.

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