Crisi di Greenland e Venezuela spingono l’Europa a sforare il budget per la guerra come se non ci fosse un domani

Crisi di Greenland e Venezuela spingono l’Europa a sforare il budget per la guerra come se non ci fosse un domani

Gli investitori sembrano aver scoperto un nuovo giocattolo preferito: il mega-trend delle spese per la difesa europea, alimentato da un cocktail esplosivo di soldi pubblici europei, nazionali e privati. Ecco la ricetta perfetta per far contenti tutti, almeno fino al prossimo decennio. Mentre i titoli difensivi europei schizzano verso guadagni prossimi al 20% nella prima settimana del 2026, gli investitori si abbandonano a scommesse a lungo termine, incantati dall’eterna saga di Venezuela, Groenlandia e dalle preoccupazioni ataviche sulle capacità difensive dell’Europa e sul futuro della NATO.

Raphaël Thuin, responsabile delle strategie capitali di Tikehau Capital, ci illumina sul fatto che il tutto è guidato da un cocktail di minacce che vanno da Russia all’ombra sempre più labile dell’ombrello difensivo statunitense sul Vecchio Continente. Insomma, un “mega-trend in divenire” come lui stesso lo definisce, nato dalla “condizione esausta” della sicurezza europea dopo decenni di investimenti ridotti al lumicino. “Che piaccia o meno, con o senza Ucraina, con o senza patti di pace che speriamo arrivino presto, questa tendenza andrà ben oltre,” nota Thuin in un’intervista a CNBC. Sì, perché la minaccia russa non è un’invenzione momentanea: è un brutto marchio indelebile sulla fronte del continente.

Thuin ci regala un’altra chicca ironica: la fine dell’ombrello militare degli Stati Uniti è il fulcro di questa nuova ondata di investimenti difensivi. “Qualunque amministrazione arrivi, di sicuro non pagherà per la sicurezza europea.” Un messaggio che suona tanto come un avvertimento quanto un invito a fare i conti con le proprie tasche.

Titoli Difensivi in Oro: la Corsa all’Armamento Europea

La geopolitica, con le sue tempeste, ha messo sotto i riflettori le capacità difensive del Vecchio Continente proprio in queste prime settimane del 2026. La caduta del presidente venezuelano Nicolás Maduro – operazione made in USA del 3 gennaio – ha scatenato una serie di tensioni che si sono propagate fino a Groenlandia, con sussurri di crisi e malumori dentro la NATO stessa.

L’ex presidente Donald Trump ha persino dichiarato tranquillamente che gli Usa “hanno bisogno” di Groenlandia per “motivi di sicurezza nazionale,” lanciando un’ombra lunga sul futuro dell’alleanza transatlantica e costringendo l’Europa a rivedere con una nuova lente le proprie prospettive difensive, a lungo termine. Nel mezzo, Francia e Regno Unito hanno stretto la mano con una dichiarazione d’intenti per schierare truppe in Ucraina nel caso di un eventuale accordo di pace, roba da film d’azione che però si gioca nel nostro presente.

Aneeka Gupta, guru della ricerca macroeconomica, non si fa problemi a mettere tutto in chiaro: anni di stasi nelle trattative per la pace in Ucraina, le tensioni ghiacciate per la Groenlandia e la mossa venezuelana sono “validi catalizzatori” per la nuova ondata di investimenti nel settore difensivo nel 2026. Tutto questo mentre si consolida un pipeline miliardario di riarme europee che cresce e cresce, come un mostro che divorerebbe il budget continentale.

Prendiamo i numeri: il colosso tedesco Rheinmetall ha visto i suoi titoli salire del 22,8% dall’inizio dell’anno, mentre il nostro orgoglio nazionale, Leonardo, si è piazzato a +19,7%. Per non parlare di Renk, il produttore di componenti per carri armati, che ha guadagnato il 23,1%, o di Hensoldt, specializzata in radar e sorveglianza, con un +25,6%. E ciliegina sulla torta, la svedese Saab, costruttrice di caccia militari, ha toccato quasi il 30% di rendimento nel 2026. Per chi non si accontenta, l’Indice Stoxx Europe Total Market Aerospace and Defense ha chiuso il 2025 con un rialzo sbalorditivo del 56,5%.

Nonostante questa corsa da brividi, i titoli difensivi europei restano più economici rispetto ai cugini d’Oltreoceano, con una valutazione che si attesta attorno a 28 volte gli utili contro oltre 30 negli Stati Uniti. Ma non illudiamoci: la margine d’errore è sottile come lametta, ammonisce Thuin. Negli investimenti difensivi non ci sono scorciatoie, solo salite ripide, e qualche differenza tra i titoli inizierà presto a farsi sentire, anche se, guardando al medio termine, il prezzo sembra ormai più giustificato.

Il Denaro Segue la Minaccia (e la Paura)

Gli occhi degli investitori sono puntati sulle promesse di spesa che a livello europeo e nazionale ormai si inseguono a ritmo serrato. Tra queste c’è la suggestiva iniziativa “Rear Europe” da 800 miliardi di euro (sì, avete letto bene), un progetto faraonico che punta a rivoluzionare la difesa continentale, coadiuvato da un sostegno politico sempre più convinto per coinvolgere anche i capitali privati in questa corsa agli armamenti.

Helen Jewell, direttrice degli investimenti azionari internazionali di BlackRock, snocciola il mantra: “Le aziende della difesa sono sostenute da piani militari di lungo termine sia dell’UE che della NATO, indipendentemente dalle oscillazioni di breve termine dovute agli eventi geopolitici.” Una bella rassicurazione per chi fa il tifo per i bocconi di metallo e le polveri da sparo.

Thuin, poi, ci regala la sintesi perfetta: “Sappiamo che ora puntiamo collettivamente al 2,5% del PIL in spese militari e attrezzature, che salgono fino al 5% se si includono sicurezza e cybersicurezza.” Tradotto: i governi europei hanno deciso che più blindati, più cannoni, più satelliti spia e firewall non sono più un lusso ma una necessità assoluta. In fondo, nulla di più rassicurante che ovviare alle loro mancanze passate spendendo a man bassa oggi, domani e chissà per quanto.

Quindi, fatevi avanti: è il momento d’investire nel “mega-trend” più lucido e spietato del 21° secolo. Nel gioco della difesa europea, l’ironia sta nel fatto che mentre si parla di pace, si scommette grossissimo sulle armi. Belle contraddizioni per chi non ama i colpi di scena ma li ama la storia.

Ah, la grande epopea della difesa europea: non una roba da poche settimane, ma una saga infinita, un’impresa che “ci vorranno anni per completare”. Ecco il ritmo inesorabile con cui il continente si avventura nel magico mondo dell’autosufficienza militare, mica una passeggiata al parco. Il panorama è chiaro: i governi europei mostrano un’entusiastica determinazione a coinvolgere anche i capitali privati in questo viaggio, come se bastasse qualche euro risparmiato sotto il materasso per trasformare l’Europa in un baluardo di forza e sovranità difensiva.

Non dimentichiamo, però, che questi capitali privati sono i benvenuti per finanziare “questa spinta verso maggiore resilienza” – parola nobile per dire “non affidarsi più agli altri”. Mentre si sogna un continente forte e indipendente, il solito circo dell’economia mostra il suo lato più pragmatico: la speranza di far fruttare i nostri risparmi come se fossero la bacchetta magica di Leonardo – no, non l’artista rinascimentale, ma il gigante europeo della difesa e dell’aerospazio. Una realtà che, a sentire l’esimio addetto ai lavori, sembrerebbe effettivamente una “tendenza a lungo termine”. Ne siamo così sicuri?

Poi c’è l’analisi dell’esperto americano Fawaz Chaudhry, il cui ruolo di direttore degli investimenti lo porta a contemplare scenari di “esercizi di segnalazione” da parte degli Stati Uniti, come la loro dimostrazione di forza in Venezuela appena pochi giorni fa. Un modo gentile per dire che quei muscoli schiacciati al sole caraibico non sono altro che un invito a tutti – Europa e Asia incluse – a mettersi seriamente a spendere di più per militari e riarmo. Sì, perché la guerra è una grande industria e il suo logo è stampato in rosso su bilanci e contratti.

Ricostruire la capacità europea, o almeno provarci

Thuin, un altro pontefice del settore, snocciola le sue perle: i titoli azionari della difesa europea sono destinati a prosperare grazie alle “volontà politiche” di una maggiore sovranità regionale e all’incremento della spesa militare. Come a dire: più soldi, più armi, più azioni aziendali alle stelle. E se la domanda europea non fosse abbastanza alta, c’è sempre il mondo fuori dal vecchio continente, affamato di tecnologia bellica made in Europe. Insomma, un mercato globale per chiunque sappia vendere carri armati e missili come fossero gadget tecnologici da baraccone.

“La corsa militare non si ferma qua”, precisa Thuin, con l’enfasi di chi sta già contando gli ordini in arrivo. Sul mercato globale, però, nessuno dà una pacca sulla spalla agli amici americani, perché la sicurezza sotto il loro ombrello appare sempre più politica e meno affidabile. È qui che entra in gioco un altro guru, Gupta, che canta le lodi dei “catalizzatori” di questa nuova era di hard power. Secondo lui, la bilancia pende tutta a favore dei grandi contractor europei, che possono contare su bilanci più trasparenti, venti favorevoli di budget e – ciliegina sulla torta – sull’idea di una “autonomia strategica europea”. Autonomia… davvero?

A conferma che la festa è già iniziata, Tikehau, famigerato gestore di capitali, dichiara di avere già investito la bellezza di 3 miliardi di dollari in difesa e cybersicurezza. Non male per una scommessa che, a detta di Thuin, potrebbe attraversare qualche temporale se, ipotesi remota ma non impossibile, dovesse arrivare una vera pace duratura in Ucraina. Roba da far scendere il prezzo delle azioni, ma niente panico: lo sguardo è ancora rivolto al lungo termine, ai giorni in cui ci toccherà ricostruire tutto da capo.

Per il momento, la priorità è rifornire l’Ucraina di “carri armati, mezzi blindati e munizioni”, una sorta di armadietto del pronto soccorso bellico. Ma subito dopo? È qui che la festa comincia: missili, sistemi di difesa aerea, caccia, navi da guerra. Una lista della spesa che farebbe impallidire qualsiasi patito di videogiochi militari, ma che, a conti fatti, è il vero grazie-attss al sogno di un’Europa capace di difendersi davvero.

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