Investitori tech curiosi sulla fattibilità del mining in caso di invasione americana della Groenlandia dice il Ceo

Investitori tech curiosi sulla fattibilità del mining in caso di invasione americana della Groenlandia dice il Ceo

Come se non bastassero le ovvietà che ogni giorno ci sbattono in faccia, ora si scopre che gli investitori tecnologici stanno già facendo i conti in tasca agli Stati Uniti sul presunto “affare secolo”: l’eventuale acquisto della Groenlandia. Sì, proprio quella gigantesca isola ghiacciata che nessuno ha mai considerato interessante fino a quando Washington ha minacciato di metterci le mani sopra per “ragioni di sicurezza nazionale”. Facciamo un salto nell’assurdità.

Negli ultimi giorni, una società chiamata Critical Metals Corp, che per puro caso sta sviluppando un progetto minerario sull’isola artica, si è vista tempestare di domande dagli investitori tech su come cambierebbe lo scenario se gli Stati Uniti riuscissero nel loro colpo gobbo. Il CEO, Tony Sage, non ha perso tempo a rivelare che il titolo, quotato al NASDAQ, è schizzato del 116% dall’inizio del 2026. Che sorpresa – un po’ di chiacchiere politiche scatenano la febbre degli investimenti!

Il progetto? Nulla di meno che la costruzione di un impianto per estrarre elementi delle terre rare pesanti, quei materiali indispensabili per conferire resistenza al calore e stabilità magnetica in tecnologie all’avanguardia, da veicoli elettrici a centri dati per intelligenza artificiale. Leggermente cruciali, insomma.

Tony Sage ha condiviso con disinvoltura che la retorica del presidente Donald Trump riguardo alla Groenlandia ha generato un “effetto buzz” non da poco nel mondo degli investitori. E, come per magia, tra i supporter della compagnia spuntano anche nomi che investono nelle famigerate “Magnificent Seven” delle tech americane. Un plot twist degno di un film di serie B.

Non è solo Critical Metals Corp a beneficiare di questa miccia politica. La scorsa settimana, il CEO di Amaroq, un’altra società mineraria con progetti in Groenlandia, ha candidamente ammesso di essere in trattative con enti governativi statunitensi su potenziali investimenti nel territorio. Vi pare normale? La Casa Bianca, dal canto suo, non smentisce di star “attivamente” discutendo un’offerta per comprare la Groenlandia, senza però escludere persino un approccio militare. Niente di esagerato, solo un tranquillo scambio territoriale tra amici.

L’ossessione delle terre rare e i drammi geopolitici

Negli ultimi dodici mesi, l’interesse per le terre rare e i minerali critici della Groenlandia è letteralmente esploso tra gli investitori tecnologici. In fondo, cosa c’è di meglio di un’isola deserta e ghiacciata abitata da 57.000 anime per assicurarsi il futuro dell’Hi-Tech mondiale? Nel gennaio del 2025, Trump ha rilanciato la sua fissa per l’acquisto di questo “gioiello” artico, evidenziando che più che un bene territoriale in sé, in ballo c’è il controllo delle materie prime.

Eldur Ólafsson, capo di Amaroq, ha spiegato senza giri di parole come l’attenzione da parte degli investitori si sia intensificata proprio per via delle tensioni geopolitiche che hanno messo sotto i riflettori le catene di approvvigionamento dei minerali strategici. Nel novembre scorso l’azienda ha annunciato la presenza di livelli “commerciali” di germanio e gallio in un progetto minerario groenlandese. Due elementi che, secondo Ólafsson, sono letteralmente la linfa per la realizzazione dei chip usati nell’intelligenza artificiale.

Curioso che fu proprio quando Trump decise di inserire tariffe sulla Cina che il Dragone decise di bloccare l’export di germanio e gallio. Forse non era casuale, visto che quei metalli sono vitali in ambiti che vanno dalla difesa alla tecnologia avanzata. Un braccio di ferro che ha fatto scintille nel mercato internazionale e ha illuminato la supremazia cinese nella produzione di questa preziosa materia prima.

Tony Sage ha sintetizzato così: “Gli elementi critici delle terre rare pesanti come ittrio, gadolinio, terbio, disprosio e compagnia bella sono quelli che scatenano più interesse. Senza di essi non si costruiscono tecnologie difensive, robotica, semiconduttori o sistemi aerospaziali. Niente missili spaziali, sottomarini nucleari o caccia di ultima generazione.”

Per chi ha ancora qualche dubbio, Sage ha rassicurato che Critical Metals Corp gode di “forti rapporti” con i governi di Groenlandia e Stati Uniti, quindi i piani non cambieranno nemmeno se l’isola passerà sotto la bandiera a stelle e strisce. E giusto per alimentare l’entusiasmo, il titolo è balzato ben del 62% in un solo giorno a ottobre, dopo che Reuters ha ipotizzato una possibile acquisizione governativa. Poi ha più o meno lasciato tutto sul tavolo e ha chiuso il 2025 con un modesto +2%.

Ma davvero la Groenlandia potrà salvare l’Occidente dalla dipendenza cinese?

Non è tutto oro quel che luccica. Alcuni esperti si schierano contro l’illusione che la Groenlandia possa davvero togliere l’Occidente da questa gigantesca impasse strategica che è la dipendenza cinese. Nel 2024, la Cina produceva infatti circa il 70% delle terre rare mondiali, un dato che non si cambia certo con qualche trivella sul ghiaccio.

Tracy Hughes, fondatrice e direttrice esecutiva dell’industriale Critical Minerals Institute, ha spiegato lucidissima tutto il percorso: “Portare le terre rare dalla fase esplorativa al magnete potentissimo che alimenta l’industria richiede ben cinque o sei passaggi. E, al momento, in Groenlandia siamo ancora alla fase esplorativa.”

In poche parole? Non illudiamoci: le terre rare della Groenlandia non sposteranno quasi nulla nei mercati internazionali almeno per il prossimo decennio. Parola della scienza, quella vera, non di chi sogna melensi corti circuiti geopolitici da cartone animato.

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