Ah, la rinascita dell’industria petrolifera venezuelana: il sogno proibito di ogni investitore a caccia di guadagni facili a spese di un Paese ormai ridotto a un disastro economico in piena regola. Una società, con il proverbiale tempismo di uno sciacallo, ha festeggiato un guadagno del 30% subito dopo la “miracolosa” cattura del presidente Nicolás Maduro da parte delle “gentili” forze statunitensi. Inutile dire che questa non è una semplice coincidenza, ma il segnale che il regime del “capo ribelle” sta per lasciare il posto a investitori pronti a fare razzia.
Non a caso, il Wall Street Journal ci informa con quel tocco di leggerezza amara che il presidente Donald Trump ha organizzato un incontro segreto ma non troppo con le grandi compagnie petrolifere statunitensi come Chevron, ConocoPhillips e Exxon Mobil. Obiettivo? Discutere di futuri investimenti cospicui nel settore petrolifero del Venezuela, niente meno che il Paese con il prezzo del petrolio strozzato da decenni di cattiva amministrazione e sanzioni.
Il fondatore e direttore degli investimenti di Altana Wealth, Lee Robinson, che si diletta a trascinare denari tra Monaco e Londra, ha dichiarato a CNBC che occorre mettere nel sistema petrolifero venezuelano nuova valuta sonante per rimettere in piedi l’infrastruttura e riportare la produzione ai fasti di un tempo, quando ancora tirava un’aria immaginaria di prosperità da 100 miliardi di dollari di ricavi annui. Spoiler: quei soldi arriverebbero soprattutto dagli obbligazionisti statunitensi, alias coloro che si preparano a farsi carico della montagna di debiti defaultati nel Paese.
Lee Robinson ha spiegato a Squawk Box Europe:
“Vogliono ovviamente una fetta di quei profitti dall’industria petrolifera. Che si tratti di warrant legati al PIL, warrant sul petrolio o debito ristrutturato, le potenzialità di guadagno per gli obbligazionisti sono enormi.”
Insomma, mentre il debito governativo venezuelano e quello della compagnia petrolifera statale PDVSA sono in default da fine 2017, sanzioni a gogò americane hanno lasciato il Paese abbandonato a sé stesso, senza la possibilità di emettere nuovi bond o di rifinanziare quelli in scadenza. Di conseguenza, il sistema si è paralizzato, la produzione petrolifera ha subito un crollo devastante e le entrate in valuta estera sono un ricordo lontano.
Ah, e dimentichiamoci pure quei bei 500 miliardi di dollari di PIL: secondo Robinson, siamo arrivati sotto i 100 miliardi, un risultato da premio Nobel per la gestione disastrosa. “Sappiamo dove sono i giacimenti”, dice lui, “ma non se li fila nessuno, passati da una cinquantina di impianti petroliferi attivi a uno solo. Ehi, meno è più, magari pensano di spremere quel poco che resta.”
Minimo rischio, massimo potenziale di guadagno
Da quel disastro, i bond venezuelani sono diventati – senza dubbio – i più economici tra i titoli distressed del pianeta, con prezzi che fanno sembrare il debito argentino e ucraino un investimento da primato. Ma ecco che, ora, si prospetta una corsa all’acquisto da parte degli investitori che vogliono approfittare del “rimbalzo magico” del Venezuela.
Robinson prevede un afflusso di nuovi capitali da fondi che si occupano di mercati emergenti, i quali – con un’acutezza sorprendente – pare abbiano concluso che a breve termine rischi praticamente nulli e un potenziale di guadagno enorme. Come dargli torto, del resto?
Altana Wealth si vanta di gestire circa 500 milioni di dollari sparsi tra varie strategie hedge fund, passando per crediti rischiosi, situazioni speciali e investimenti in crisi. La società è stata un investitore storico di debito pubblico venezuelano tramite il suo fondo Altana Credit Opportunities, che detiene circa 150 milioni di asset.
Il risultato? Un bottino del 30% solo dopo la cattura di Maduro e la promessa di altri benefici in vista. Dimenticate la finanza tradizionale: qui si parla di bond che “non valgono niente” o quasi, ma che adesso, grazie alla politica – o meglio alla geopolitica americana – valgono magicamente l’oro.
Robinson snocciola i numeri con la calma di chi sta contando bigliettoni:
“Alcuni bond avevano più di 80 punti di sconto e 100 punti di interesse maturato da quando sono stati dichiarati default. Li vediamo ora intorno a 182-200 punti, e si punta a un recupero del 25%: tradotto in soldoni, parliamo di guadagni superiori a 50 punti.”
Poi, mentre i fondi dedicati ai mercati emergenti sperano di attirare nuovi capitali dagli allocatori di asset globali, Robinson afferma che l’allontanamento di Maduro elimina un dettaglio noioso: il rischio di perdere tutto. A quanto pare, ora abbiamo una timeline per la transizione, che dovrebbe adattarsi a una scala temporale più rapida del solito. Niente più attese snervanti di quattro o cinque anni, ma un’opzione “express” tra nove e diciotto mesi per la ristrutturazione del debito.
Il debito sovrano venezuelano, bell’e pronto per il rilancio, ha addirittura visto un upgrade da parte di analisti come quelli di Barclays, che ora vedono un miglioramento nelle probabilità di rimborso per gli obbligazionisti. Che bontà.
Incertezza a breve termine, sogni di gloria futura
Gli economisti della divisione Corporate & Investment Banking di Natixis ci prendono per mano nel mondo delle probabilità e ci dicono che la possibilità di rimborso è effettivamente cresciuta. Attenzione però, le incognite sulle riforme istituzionali del Paese rischiano di gettare una nuvola nera di incertezza a breve termine.
Se poi gli Stati Uniti – dio ce ne scampi – dovessero togliere le sanzioni, la possibilità di rimborsare gli obbligazionisti “aumenterebbe considerevolmente”, come scrivono loro in nota. Tradotto: se tutto va bene e se il sole sorge a ovest, qualcuno potrebbe riuscire a vedere qualche soldo all’orizzonte.
Anna Rosenberg, responsabile della geopolitica presso un istituto di investimento europeo, ci ricorda che bisognerà rivedere le valutazioni di recupero alla luce delle future entrate petrolifere. Il Venezuela potrebbe passare da una produzione inferiore al milione di barili al giorno a due o tre milioni entro cinque anni. Una vera manna.
Ma attenzione, perché l’ennesimo cambio di regime che interessa davvero gli investitori è quello che “sbloccherà” miliardi di capitali e flussi di cassa, non semplicemente la rimozione di un despota. Naturalmente, ogni tipo di ristrutturazione sarà ostacolata da esposizioni bilaterali ingombranti, specie con Cina e Russia, che non hanno certo interesse a vedere il loro enorme investimento andare in fumo.



