Un modello in miniatura stampato in 3D del presidente eletto degli Stati Uniti, Donald Trump, assieme alla bandiera della Groenlandia, offre probabilmente un’illustrazione perfetta dell’ennesima ossessione del Tycoon: acquisire l’isola ghiacciata danese.
La Groenlandia, nonostante il nome evocativo di verdi praterie, è più simile a un grande freezer naturale, ma evidentemente il suo potenziale “tesoro” riscalda i sogni americani. La solita narrazione infatti vede l’amministrazione Trump tastare il terreno, anzi, calpestare ghiaccio per valutare varie opzioni d’acquisto, addirittura proponendo di chiamare in causa il pentagono o offering un vero e proprio assegno per strapparla alla sovranità danese.
Nonostante il coro quasi monotono di sconsigli e bocciature da parte di Danimarca e degli alleati in NATO – un’alleanza pensata per garantire sicurezza e non per vendersi pezzi di terra – i entusiasmi di Trump non sembrano affievolirsi, specialmente dopo l’ingresso strategico degli Stati Uniti in Venezuela e la detenzione del suo leader, gesto che ha riacceso le discussioni su possibili acquisizioni territori strategici nel globo.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha tranquillizzato tutto il mondo dichiarando che la questione “è oggetto di attiva discussione tra il presidente e il suo team per la sicurezza nazionale”. Nel frattempo il segretario di Stato, Marco Rubio, ha già pianificato di “negoziare” il dossier Groenlandia con funzionari danesi nella prossima settimana, anche se, spoiler, nessuna offerta ufficiale è stata ancora avanzata.
Anche ipotizzando un improbabile cambio di opinione da parte della Danimarca, il cartellino del prezzo si prevede fuori mercato: stime persino prudenti suggeriscono che l’isola potrebbe valere centinaia di miliardi di dollari, oppure anche molto di più, trasformandosi in un affarone da H24 per esperti di geopolitica e speculazioni alla Trump.
Un affare da passato e futuro: offerte prima di Trump
Non si tratta di una novità assoluta. La Groenlandia è stata nel mirino degli Stati Uniti già nel 1946, quando fu offerta la cifra simbolica di 100 milioni di dollari in valuta dell’epoca, convertibili oggi in circa 1,7 miliardi. Offerta che, con una valutazione sul PIL di allora, ammontava ad appena 0,04% del prodotto interno lordo americano, e che in termini odierni sarebbe paria a circa 1,2 miliardi di dollari.
Naturalmente, quella proposta fu respinta senza tante cerimonie dalla Danimarca. Ma diversi analisti – dopo aver stappato qualche bottiglia di champagne per la notizia – sostengono che una valutazione reale dovrebbe essere colossale. “Qualcosa nell’ordine di trilioni sembra più azzeccato”, ha affermato sarcasticamente Douglas Holtz-Eakin, presidente del think tank conservatore American Action Forum.
L’AAF ha provato a calcolare un prezzo generico combinando il valore delle riserve naturali e del potenziale immobiliare dell’isola: le risorse minerarie e energetiche conosciute ammontano a un valore stimato superiore ai 4,4 trilioni di dollari, dati derivati da indagini geologiche degli Stati Uniti, della Danimarca e della Groenlandia stessa.
La cifra cala a 2,7 trilioni se si esclude il petrolio e il gas naturale, attività di esplorazione delle quali l’isola ha già vietato licenze dal 2021, giustificandolo con ragioni ambientaliste – che finiscono però nel dimenticatoio quando conviene pensare a piani imperialisti.
Ovviamente non tutte le risorse sono a portata di mano o sfruttabili: il clima, la remota posizione e una popolazione che si attesta attorno alle 57.000 persone rendono difficile trasformare risorse ipotetiche in riserve reali. In sostanza, la conversione dal potenziale all’effettivo è quantificata all’irridente 4,2%, un dettaglio che riduce la stima a circa 186 miliardi, la “stima più bassa” secondo gli stessi autori dello studio.
Non solo petrolio: sicurezze, potere e traffici glaciali
Ma, sorpresa, sorpresa, Trump non vuole la Groenlandia per i suoi giacimenti (più che altro si è fatto qualcosa che assomiglia a una dichiarazione da fumetto): egli ritiene soprattutto che l’isola sia cruciale dal punto di vista della “sicurezza nazionale”.
Trump ha proclamato con enfasi domenica scorsa:
“In questo momento, la Groenlandia è piena zeppa delle navi di Russia e Cina. Abbiamo bisogno della Groenlandia per motivi di sicurezza nazionale.”
Già, perché c’è una base militare statunitense sull’isola, ma “avere il controllo completo” significa poter piantare la bandiera a stelle e strisce con più convinzione, specie in un’area geopolitica strategica per il controllo dell’Artico.
In più, il territorio potrebbe offrire uno sbocco privilegiato sulle rotte marittime emergenti a causa dello scioglimento dei ghiacci, un “tesoro” in quanto tale per ogni economia e strategia di dominio globale.
Calcolando l’importo per metro quadrato tratto da esperienze con un’isola simile, l’Islanda, la spesa si aggira attorno a 1,28 milioni di dollari per chilometro quadrato, portando il costo totale a circa 131 miliardi solo per l’acquisto del terreno. Un affare? Forse… per chi sogna di comprare il mondo come se fosse un guardaroba di lusso.
Secondo uno studio dall’aria molto seria, il valore unitario per chilometro quadrato del territorio in questione sarebbe applicabile anche alla Groenlandia, la più grande isola del pianeta. Con questa formula magica, il valore stimato si aggirerebbe intorno a quasi 2,8 trilioni di dollari, come rilevato dall’AFF, che sembra davvero appassionata nel giocare con cifre astratte quanto l’economia globale.
Ovviamente, questa cifra supera di gran lunga alcune valutazioni precedenti. Nel 2019, il prestigioso e rigoroso Financial Times attraverso la sua sezione Alphaville, aveva pronunciato con una cautela quasi commovente una stima “molto conservativa” da 1,1 trilioni di dollari, proprio nell’anno in cui il presidente Trump accennò alla simpatica idea di acquistare la Groenlandia come se fosse una villa al mare.
Lo stimato Iwan Morgan, professore emerito dell’University College di Londra all’Institute of the Americas, nel medesimo 2019 non si era sbilanciato meno, parlando di un valore che poteva arrivare tranquillamente a cifre da trilioni. Naturalmente, aggiunse subito che qualsiasi trattativa riguardante l’isola sarebbe un groviglio tanto politico quanto legale, una sfida degna di un thriller geopolitico più che di una semplice transazione commerciale.
D’altro canto, il buon David Barker, ex economista della Federal Reserve di New York, all’inizio dello scorso gennaio aveva tutt’altro metro di giudizio, suggerendo valori decisamente più “modesti”, tra i 12,5 e i 77 miliardi di dollari. Le sue cifre si basavano su analogie storiche molto raffinate, confrontando l’acquisto dell’Alaska e delle Isole Vergini Americane, poi corrette ritoccando i prezzi secondo la crescita del PIL.
Ma non temete, arriva la ciliegina sulla torta: Douglas Holtz-Eakin ha detto a CNBC che l’AFF è fin troppo prudente. “Stanno valutando solo l’economia,” ha dichiarato con una punta di saggezza militare, “ma francamente, qui non si parla di economia.” Per lui, il reale valore si misura guardando il prestigio nell’ambito della NATO e il posizionamento nell’ordine globale. E su questo, lui pone un prezzo davvero elevato, quasi come si trattasse di un oggetto da collezionismo militare vintage.



