Trump sembra non riuscire a resistere alla tentazione di comprare territori come fossero merce da supermercato. Questa volta nel mirino c’è la gigantesca isola di Groenlandia, un pezzo enorme di terra praticamente vuoto ma pieno di minerali, che lui considera “strumentale” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Ovviamente, quando il governo americano parla di “acquistare” l’isola, non si può fare a meno di chiedersi se la definizione di “mercato libero” sia la stessa a Washington e a Copenaghen. Il premier danese Mette Frederiksen ha già chiesto a Trump di smettere grazie tante con queste minacce, mentre il leader groenlandese si limita a parlare di “fantasia” dignitosa ma forse un po’ ingenua, considerato lo stoicismo necessario di fronte alle sparate presidenziali.
Non stupisce che per organizzare un incontro ad altissimo livello tra funzionari americani e danesi la parola “acquisizione” giri insistente nelle stanze del potere. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha tranquillamente scartato la retorica della “intervento militare” per il momento, ma ha confermato con una serietà olimpica che tutte le opzioni, compresa la forza bruta, sono sul tavolo. Diplomazia? Sì, certo, ma solo come primo passaggio di una partenza che sembra una maratona verso l’inevitabile “qualcosa di più”.
Solo per fare un ripasso, ricordiamo che Trump aveva provato già nel 2019 a comprare l’isola. La risposta? Un gentile e fermo “isola non in vendita, grazie”. Ma ovviamente non è bastato a spegnere le pulsioni imperiale-americane, soprattutto perché sono in gioco i taciti equilibri della NATO, che rischiano di essere riscritti da un presidente che sembra interpretare l’Alleanza come la sua personalissima azienda familiare.
Mette Frederiksen ha ovviamente ricordato a modo suo, con una chiarezza che rimarrebbe impressa anche agli ascoltatori più distratti, che un attacco militare degli Stati Uniti contro un membro NATO come la Danimarca avrebbe conseguenze catastrofiche. Tradotto: addio alla sicurezza garantita dal dopoguerra e benvenuta anarchia globale. Detto in altre parole, il solito mix di minaccia e bon ton che però lascia trasparire un sarcasmo amaro.
Basti pensare che non solo il mondo politico danese, ma anche i principali esponenti di entrambi i partiti americani, repubblicani e democratici, stanno scuotendo la testa davanti a questa «fantasy land» presidenziale. Il senso comune qui pare ancora vincitore, ma per quanto tempo?
La risposta europea: un coro (quasi) unanime di diplomazia e sarcasmo
Alla vigilia di questo incontro tanto atteso quanto inquietante, i leader europei hanno deciso – con tutta la sobrietà e la diplomazia che li contraddistingue – di alzare la voce, ma non troppo, giusto quanto basta per non sembrare invadenti ma nemmeno stupidi. Hanno fatto sapere che il Regno di Danimarca, isola compresa, è parte integrante della NATO e che qualsiasi decisione sul futuro di Groenlandia spetta esclusivamente al popolo e al governo danese. Ovviamente, perché il buon senso prima di tutto.
Il ricercatore senior del Danish Institute for International Studies, Rasmus Sinding Søndergaard, ha consigliato un approccio pragmatico e diplomatico: sedersi, parlare, magari fare circolare qualche bella parola di circostanza per mantenere più possibile lontani eserciti e caccia militari dalla regione più gelida del pianeta, almeno per qualche tempo. Un suggerimento che, in un clima così rovente, sa di pura ironia amara.
In sintesi, l’Europa prospetta ai USA una diplomazia robusta – ovvero discorsi pieni di “No grazie, non ci interessa la guerra” – e un’intensa attività di lobbying a sostegno del buon senso, con la speranza forse vana di evitare un colpo di teatro degno di Hollywood in Groenlandia.
Insomma, l’episodio non è solo una barzelletta geopolitica che regala fantastici spunti per il futuro prossimo, ma pone una domanda seria: fino a che punto si può giocare coi territori e con le nazioni come fossero pedine in un gioco da tavolo gigantesco? Forse sarebbe il caso di ricordare a qualche campione d’asta della politica globale che oggi le isole non si comprano come fossero souvenir nelle vacanze estive. Ma, evidentemente, questo genere di dettagli rischia di essere troppo noioso per chi si diverte a lanciare promesse e minacce come fossero coriandoli.
Ah, la Groenlandia: quella gigantesca isola innevata che qualcuno vorrebbe trasformare nel prossimo pezzo da collezione geopolitico degli Stati Uniti. Ovviamente non senza suscitare un po’ di quel classico, piccolissimo, insignificante fastidio europeo. Il brillante consulente strategico Søndergaard tira fuori la verità nuda e cruda: difendere militarmente la Groenlandia è come cercare di tappare una diga con lo scotch. Infrastrutture? Poco o niente. Territorio? Vastissimo. Strategie militari concrete? Ah, quelle proprio non ci sono.
Secondo lui, il vero problema è che anche se l’America decidesse di fare il prepotente e rapinare la Groenlandia con la forza bruta – cosa che, sia chiaro, fa venire in mente un’aggressione in piena regola –, l’Europa sarebbe completamente impotente. In effetti, mentre gli americani rimuginano su come soffiare il territorio, i loro “alleati” europei hanno ben altre gatte da pelare: tipo la guerra scatenata da Russia in Ucraina. Ma che importa, la Groenlandia resta un trofeo troppo ghiotto.
Indipendenza? Ma dai…
Non sorprende affatto scoprire che gli abitanti della Groenlandia non siano esattamente entusiasti all’idea di essere un giocattolo nelle mani di Washington. Gli sondaggi mostrano senza ombra di dubbio come la maggioranza sogni un bel cartellino “Indipendente” da appendere alla porta. Addirittura, pare che la comunità locale voglia dare un calcio nel sedere a Copenaghen, mostrando una certa ansia di scrollarsi di dosso il peso danese.
Tony Sage, top manager di una società mineraria con i suoi interessi nella Groenlandia, ha condiviso la sua preziosa esperienza sul campo – vent’anni di rapporti strettissimi con la gente del posto – assicurandoci che vogliono l’indipendenza e la vogliono davvero, mica per scherzare.
Sage rincara la dose, lasciando essere ben chiaro che sia Danimarca che Stati Uniti devono smettere di giocare a chi tifa per chi e mettersi a pensare seriamente a chi poi si piglierà il bottino se e quando la Groenlandia deciderà di fare il gran salto.
Per precisare, la Groenlandia gode di un’autonomia speciale dal 2009. Quella che qualcuno osa definire una “legge di autogoverno” dà agli abitanti la possibilità – formalmente e legalmente – di pronunciare il fatidico sì o no a un referendum per l’indipendenza. Ma aspetta, non è finita: la realtà politica locale è un marasma di opinioni diverse sulla velocità con cui l’indipendenza dovrebbe arrivare. Insomma, tutti vogliono uscire dal nido, ma c’è chi vuole fare col salto dell’angelo e chi preferirebbe scendere lungo la scala a pioli un gradino alla volta.
La Groenlandia, nuova base strategica? Macché, illusioni!
L’ex presidente Donald Trump, in una delle sue imprevedibili esternazioni sul tema, sostiene che la Groenlandia sia “così strategica” che gli Stati Uniti non possono proprio farsela scappare. Quale sarebbe l’urgenza? Secondo lui, basta dare un’occhiata alla presenza navale di Russia e Cina nelle acque intorno all’isola: flotta nemica ovunque, quindi afferrare la Groenlandia diventa una questione di “sicurezza nazionale”. Molto rassicurante, no?
Gli esperti però, sempre così petulanti, sono rimasti un po’ scettici. Perché mai ci dovrebbe servire il controllo totale della Groenlandia? Nel frattempo, è notorio che gli Stati Uniti già possiedano una base spaziale a Pituffik e un accordo di difesa coi danesi che gli consente di starci come a casa propria dal secolo scorso. Ma evidentemente questo dettaglio non ha dissuaso le ambizioni del tycoon americano.
Marion Messmer, direttore del programma di sicurezza internazionale al think tank di Londra Chatham House, getta un po’ di luce sulle cose reali: è vero, Russia e Cina stanno aumentando le loro mosse militari in Artico, e sì, in caso di guerra i missili lanciati da Mosca passerebbero sopra la Groenlandia. Però, secondo lei, la vera domanda è: a cosa serve agli USA possedere “al cento per cento” il territorio? Mistero.
Questa saccheggiata di strategia geopolitica in salsa polare lascia poco spazio a dubbi: mentre i grandi giocano a risiko con territori e geopolitica, i ghiacci si sciolgono e i rifugiati climatici restano sempre più senza casa. Ma chissà, forse per gli strateghi di turno è solo un dettaglio di poco conto.



