L’entusiasmo americano nel mettere le mani sulle terre rare della Groenlandia si scontra con una realtà meno scintillante: depositi di bassa qualità, clima da incubo e, ciliegina sulla torta, la necessità di spedire comunque il materiale in Cina per la lavorazione. Una strategia davvero geniale per ridurre la dipendenza da Pechino. Gli esperti dell’industria definiscono questa impresa “assurda”, ma evidentemente la fantasia non manca nel quartier generale di Washington.
Il mercato, però, non perde tempo. Le azioni delle società legate ai progetti di terre rare in Groenlandia sono schizzate alle stelle dopo che il presidente Donald Trump ha resuscitato il dibattito sull’acquisizione del territorio, giustificandola con motivazioni di sicurezza nazionale e puntando il dito contro le attività di Russia e Cina nell’Artico. Così, società come Critical Metals Corp, che sta sviluppando il progetto Tanbreez nel sud della Groenlandia, hanno visto salire le proprie azioni di circa il 25%, mentre Energy Transition Minerals, proprietaria del progetto Kvanefjeld, ha guadagnato oltre il 30%.
Un piccolo dettaglio però: le risorse della Groenlandia non cambiano la sostanza del problema, perché, sorprendentemente, le terre rare non sono poi così rare, almeno non al punto da stravolgere gli equilibri mondiali. Lo dice con la proverbiale modestia anche Mathan Somasundaram, fondatore e CEO di Deep Data Analytics.
Situata tra gli Stati Uniti e la Russia, la Groenlandia è stata a lungo considerata una pedina strategica, soprattutto per la sicurezza artica. Con i suoi 57.000 abitanti e la posizione privilegiata vicino a nuove rotte marittime che il disgelo sta aprendo tra Asia ed Europa, potrebbe sembrare il pezzo mancante nel puzzle della supremazia globale.
Secondo Brendan Clark, CEO di Victory Metals, la Casa Bianca guarda alle risorse groenlandesi come a una scorciatoia per liberarsi dalla morsa cinese sulle terre rare. Un sogno ad occhi aperti, se non fosse che la realtà è un po’ più complicata.
Michael Waltz, allora consigliere per la sicurezza nazionale in arrivo nell’amministrazione Trump, aveva chiarito tutto con un candore disarmante:
“Qui si parla di minerali critici, di risorse naturali.”
Ecco, se gli Stati Uniti dovessero mai ottenere il controllo della Groenlandia, il mercato si aspetterebbe una pioggia di autorizzazioni per le miniere, con tanto di boom e ottimismo a breve termine. Il nostro amico Somasundaram è sulla stessa lunghezza d’onda.
Peccato che questa fiducia trascuri un dettaglio fondamentale: estrarre e processare questi minerali non è una passeggiata. L’ambiente ostile, il clima gelido e la scarsa infrastruttura fanno sembrare facile la vita di un minatore un romantico sogno estivo. E una volta estratto il minerale? Lo si deve mandare in Cina per la lavorazione. Quindi, sul medio-lungo termine, la faccenda non cambia poi granché.
Insomma, il clima implacabile, il territorio isolato e l’infrastruttura inesistente sembrano inviare un chiaro messaggio: “Buona fortuna se pensate di sbloccare un tesoro strategico qui”.
Bassi gradi, grandi problemi
Al cuore dello scetticismo c’è la qualità del minerale. La Groenlandia ospita rocce ricche di terre rare, ma le concentrazioni sono un po’ sotto la media rispetto a miniere già operative in giro per il mondo. E parliamo di minerali di seconda scelta, quelli più pesanti e preziosi come disprosio, terbio e ittrio praticamente latitano.
John Mavrogenes, professore di geologia economica alla Australian National University, ci regala la pillola di realtà:
“Anche se sono grandi volumi di roccia arricchita di terre rare, i livelli sono molto bassi.”
In alcuni dei principali produttori mondiali come USA, Cina e Australia, la quota di terre rare nell’estratto può variare dal 5 al 10% (o anche più), mentre in Groenlandia la media si ferma sotto l’1%. E questo, tradotto dal professorese, significa spostare montagne di roccia per estrarre un po’ di materiale utile.
Continua il professor Mavrogenes:
“Pensate che dover muovere dieci volte più roccia in un posto senza infrastrutture, senza attrezzature e senza forza lavoro è più una tortura che un affare.”
E anche combattendo con l’ottimismo più sfrenato, la produzione in Groenlandia è un progetto da almeno un decennio. Quindi il sogno di un successo a breve termine è semplicemente ridicolo.
Ma, giusto per non farci mancare nulla, i problemi non finiscono qui. Se poi si decidesse davvero di aprire le miniere, beh…
Somasundaram, con la punta di sarcasmo che non guasta, ha osservato: “Si tratta tutto di capacità di raffinazione al di fuori della Cina. Le risorse della Groenlandia non modificano questo contesto.”
Non è che Washington stia a bocca asciutta, anzi, secondo Jon Hykawy, presidente e direttore di Stormcrow Capital, se gli Stati Uniti volessero davvero le terre rare, potrebbero tranquillamente cavarsela scavandole in casa, nel continente americano. Già, perché le riserve americane si aggirano su un comodo 1,9 milioni di tonnellate, più della famosa Groenlandia con il suo milione e mezzo circa.
In aggiunta, Clark di Victory Metals ha puntualizzato con quel tocco di realismo che smorza gli entusiasmi: contrarietà ambientali e politiche sull’isola artica sono una specie di fulmine a ciel sereno per potenziali investitori. Senza un accordo che smorzi queste tensioni, meglio mettere da parte il portafoglio.
Kingsley Jones di Jevons Global si è divertito a sottolineare quanto il divario tra le sparate politiche e la dura realtà economica sia abissale. “Mettere le mani su nuove risorse di terre rare in Groenlandia non risolverà minimamente questo problema di insicurezza delle catene di approvvigionamento,” ha sentenziato.
In altre parole, mentre politici e media si infervorano su nuove miniere e possibilità fantastiche, gli addetti ai lavori sanno benissimo che finché la raffinazione sarà la mossa decisiva – e questa rimarrà prevalentemente cinese – tutto il resto è fumo negli occhi. La realtà è che la retorica politicista corre molto più veloce della verità economica, lasciando dietro di sé una scia di illusioni per chi ci crede.



