A Chevron è stato concesso un bel +7,7% intorno alle 11:10 di Londra (ore 6:10 ET), mentre Exxon Mobil ha fatto un timido 4,3%, ConocoPhillips ha guadagnato il 7,5%, e SLB, gigante dei servizi petroliferi, ha raggiunto un incredibile +9,5%. Tutto ciò accade dopo che gli Stati Uniti hanno deciso di prendere di mira con una clamorosa operazione militare il presidente venezuelano Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores. Un vero shock globale, immagino.
Donald Trump, l’uomo che sa sempre cosa fare, ha così annunciato che la Casa Bianca gestirà il paese sudamericano finché non si sarà trovata una “transizione sicura, corretta e giudiziosa”. Per chi se lo chiedesse, il Venezuela è uno dei membri fondatori dell’OPEC e possiede la più grande riserva di petrolio accertata al mondo, ben 303 miliardi di barili, ovvero circa il 17% delle riserve globali secondo la U.S. Energy Information Administration. Ma certo, ora che gli USA hanno deciso di mettere becco, tutto andrà a posto.
Il “magnanimo” Presidente ha inoltre dichiarato che gli investimenti americani nel settore energetico venezuelano sono diventati una priorità per la sua amministrazione.
Trump ha detto in una conferenza stampa dalla sua residenza di Mar-a-Lago, Florida:
“Faremo entrare le nostre grandi compagnie petrolifere degli Stati Uniti — le più grandi al mondo — che spenderanno miliardi per riparare l’infrastruttura petrolifera disastrata.”
Trump poi si è fatto venire un impeto di patriottismo e ha aggiunto con la sua solita modestia:
“Cominciamo a far guadagnare il paese.”
Curioso però che, mentre il settore si esalta, sul mercato le quotazioni del petrolio facciano un passo indietro. Il Brent con consegna a marzo cala dello 0,6% a 60,40 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate con consegna a febbraio scende di 0,4% a 57,11 dollari. Che spettacolo di coerenza.
Un “lungo gioco” dall’esito incerto
Che sia tutto laggiù una passeggiata di salute? Non esattamente secondo Neil Atkinson, analista indipendente di energia e, per non farsi mancare niente, ex dipendente a Londra della compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA. Ha gentilmente ricordato che per far ripartire l’industria petrolifera venezuelana servono condizioni elementari, ormai praticamente inesistenti.
Atkinson ha spiegato a CNBC:
“Se vogliamo riportare in funzione l’industria petrolifera venezuelana, serve stabilità. E stabilità vuol dire ordine pubblico, cosa che oggi è un miraggio.”
“Occorre che l’elettricità sia affidabile, cosa che non è, e che le forniture di cibo e carburante siano garantite, e anche questo manca. Insomma, molte cose devono cambiare, e niente di tutto ciò può accadere senza il consenso della popolazione venezuelana.”
Ah, il consenso popolare, quella cosa semplice eppure così complessa. Ma, si sa, quando si hanno in ballo miliardi da spremere, si tende a sottovalutarlo.
Riguardo alla domanda se le compagnie petrolifere americane siano disposte a investire in un mercato con prezzi dell’oro nero così bassi, Atkinson ha imboccato la via del realismo un po’ amaro:
“Per ragioni strategiche a lungo termine, sì, lo potrebbero fare. Ma il prezzo è attualmente basso.”
“Ci sono problemi particolari, tipo il tipo di petrolio venezuelano, i costi e la complessità nel raffinaggio. Ma per loro si tratterebbe di una scommessa sul lungo periodo. Questa è probabilmente la ragione principale per cui gli investitori potrebbero guardare con qualche speranza queste compagnie.”
Insomma, niente di nuovo sotto il sole: guerre lampo che diventano partite infinite di scacchi, risorse rubate alla pazienza della popolazione e investimenti che sembrano più uscite di scena al rallentatore. Non resta che incrociare le dita e vedere chi saranno i prossimi “eroi” a metterci la faccia.



