Zelenskyy chiede a Trump la sicurezza garantita fino al 2073 perché cento anni di pace sono troppo pochi

Zelenskyy chiede a Trump la sicurezza garantita fino al 2073 perché cento anni di pace sono troppo pochi

Volodymyr Zelenskyy ha deciso di alzare la posta: durante il suo summit domenicale con Donald Trump in Florida, ha chiesto niente meno che una garanzia di sicurezza per la sua cara Ucraina… per ben 50 anni. Sì, avete capito bene: mezzo secolo di promesse da parte degli Stati Uniti, come se potessero trasformare l’instabilità geopolitica in una specie di abbonamento a lunga scadenza.

Nel corso della conferenza stampa, Zelenskyy ha spiegato, con la modestia di chi sa quello che vuole, che un vero incontro con la Russia sarebbe possibile solo dopo aver raggiunto un accordo quadro di pace concordato con i leader europei. Peccato che il suo piano di 20 punti preveda solo 15 anni di garanzie, ovvero meno di un terzo di quello che ha chiesto. Magia della diplomazia o semplice dissonanza cognitiva?

Ovviamente, il presidente ucraino ha in programma altri incontri con gli illustri colleghi europei per discutere delle proposte. Perché niente dice “stabilità” come continui incontri dietro le quinte che si sommano senza mai concludere nulla di concreto. E poi, giusto per completare il quadro, qualsiasi piano di pace dovrebbe passare attraverso un referendum nazionale — con un voto da svolgersi durante un cessate il fuoco di 60 giorni, cosa che sembra perfetta… se solo la guerra si prendesse pausa come una serie su Netflix.

E la Russia? Beh, secondo Zelenskyy, “al momento chiaramente non vuole un cessate il fuoco,” considerando che i droni e i missili continuano a piovere sull’Ucraina come se fosse il giorno della marmotta in versione bellica.

Dall’altro lato della linea, Donald Trump ha definito le discussioni “andate bene,” ma ha ammesso che “uno o due problemi molto spinati” restano ancora aperti. Tradotto: “Ci stiamo facendo la guerra con i termini, ma ci stiamo avvicinando, o forse no.” Dopo l’incontro ha dichiarato con la consueta diplomazia: “Penso che siamo molto più vicini, forse molto vicino.” Che ottimismo, vero?

Nel frattempo, Zelenskyy ha parlato di “una discussione davvero grandiosa,” durante la quale le garanzie di sicurezza sono state “concordate al 100%.” Come se questo bastasse a risolvere anni di conflitto e di diffidenza. A una domanda al riguardo, Trump ha dato una versione leggermente più sobria, quasi un “più o meno.”

Quando un giornalista ha chiesto quali fossero i nodi da sciogliere, Trump ha tirato fuori la solita questione “del territorio.”

“Alcune di quelle terre sono già state prese,” ha detto candidamente, “Alcune potrebbero essere ancora contendibili, ma rischiano di essere conquistate nei prossimi mesi. Meglio fare un accordo adesso.”

Tradotto: la Russia vuole che l’Ucraina si arrenda al Donbas, la regione orientale ormai a metà strada tra un’occupazione militare e un’assurda “zona grigia.” Finora Mosca ha rifiutato qualsiasi garanzia di sicurezza per Kiev, mentre dall’altra parte Kiev ha detto più volte “neanche morta” all’idea di cedere quella fetta di terra.

Quanto alla tanto sospirata stretta di mano tra Zelenskyy e Vladimir Putin, beh, questa rimane una fantasia più che un’ipotesi. Entrambi i leader hanno dimostrato una coerenza cristallina nel rifiutare incontri faccia a faccia finora. Nel meraviglioso mondo della diplomazia, il faccia a faccia continua a essere il tabù supremo.

Interpellato sulle trattative tra Stati Uniti e Ucraina, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha annunciato con l’esuberanza di chi non ha una minima idea di cosa stia succedendo: “Non sappiamo come sono andate. Non possiamo giudicare. Dopo questi colloqui, i due presidenti – quello russo e quello americano – hanno concordato di risentirsi al telefono. Poi vedremo cosa ci diranno.” Un tempismo impeccabile per un possibile nulla di fatto.

Insomma, mentre si dibatte su decenni di garanzie, territori contesi e scenari apocalittici di pace, il mondo continua a guardare questa telenovela geopolitica con la certezza che, almeno fino a nuovo ordine – o forse fino al prossimo colpo di scena –, tutto resterà esattamente com’è.

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