L’intelligenza artificiale avanza a una velocità talmente smodata da costringerci a ripensare il modo in cui gli affamati di energia server responsabili di questo boom possano convivere con il nostro povero ambiente – e magari consumarne di meno, chissà.
I data center sono i pilastri dell’internet moderno, il fondamento di quasi ogni servizio digitale. Peccato che queste strutture richiedano montagne di energia e acqua, e siano spesso considerate brutte, inutili e un vero peso per le comunità che le ospitano. Con la crescita esponenziale dei carichi di lavoro AI, la pressione sulle forniture di energia diventerà quasi insopportabile.
Simone Larsson, capo dell’enterprise AI da Lenovo, ha spiegato a CNBC che ci sarà un “punto di non ritorno” in cui l’architettura tradizionale dei data center diventerà addirittura inadatta allo scopo.
Nell’inevitabile spirale verso una crisi dell’infrastruttura digitale, i colossi della tecnologia e chi si diverte a progettare questa costosa roba stanno scartabellando nelle idee più “green” e strampalate pur di salvarsi la faccia.
Benvenuti nei Data Center Spa e nei Villaggi Digitali
I tradizionali data center sono un disastro nel gestire efficientemente i pesantissimi carichi AI e non riescono nemmeno a raggiungere i target di sostenibilità o le richieste normative, come ci racconta uno studio di Lenovo e Opinium dello scorso novembre. Sorprendentemente, mentre la maggioranza degli IT manager dice di preferire partner tecnologici attenti al risparmio energetico, solo il 46% ammette che i propri data center rispettino effettivamente qualche obiettivo verde.
Così, Lenovo ha unito le forze con gli architetti di Mamou-Mani e gli ingegneri di AKT II per sfornare progetti di data center più “in armonia” con l’ambiente e per risolvere problemi energetici.
Le idee? Data center nascosti sottoterra in tunnel abbandonati o bunker dimenticati, oppure sospesi a mezz’aria per sfruttare energia solare 24/7. Nel frattempo, nei cosiddetti “data villages”, i server sono impilati modularmente vicino alle città, così il calore in eccesso può essere usato per riscaldare scuole o abitazioni. E perché fermarsi lì? Nei “data center spa” quel calore si trasformerebbe in benessere, alimentando addirittura le tecnologie di raffreddamento dei server stessi.
Fantastico, vero? Peccato che Lenovo stessa ammetta che queste meraviglie futuristiche non vedranno la luce prima del 2055, alla faccia dell’emergenza climatica. Il loro studio è più un esercizio filosofico che un progetto pronto per il cronoprogramma.
Naturalmente, prima di vedere queste idee fuori carta servirebbero rivoluzioni regolatorie, una bella dose di soldi e ingegneria da far girare la testa. E oh, non dimentichiamo gli ostacoli legali e le limitazioni di scala. Insomma, una passeggiata nel parco.
Inutile dire che l’adozione dipenderà anche da dove si vive: negli Stati Uniti saranno più propensi a far decollare grossi campus iper-densi grazie alla domanda elevata, la disponibilità di spazi e regolamentazioni più flessibili. In Europa, invece, la rete elettrica è più risicata e i regolamenti più severi, quindi preparatevi a rimanere a guardare.
Però, tranquilli, questo non è un “nuovo” concetto: già nel 2018 Microsoft ha immerso un data center in stile sottomarino a 36 metri sotto il livello del mare, sfruttando il raffreddamento dell’acqua e l’energia delle maree per mandarlo avanti esclusivamente con energie rinnovabili.
Esempi di riciclo del calore non mancano: la scorsa estate un data center di Equinix ha riscaldato le piscine olimpiche di Parigi tramite il calore in eccesso prodotto. Perché buttare via l’energia, no?
Server nello Spazio: Perché No?
Se pensate che menti brillanti si fermino a bunker e piscine, vi sbagliate di grosso. I giganti del tech stanno già sognando in grande: dal progetto “moonshot” di Google chiamato Suncatcher, all’iniziativa fanta-scientifica “Three-Body Computing Constellation” di Alibaba e Zhejiang Lab, la corsa ai server nello spazio è appena cominciata.
Insomma, tra data center sospesi, vere e proprie spa termali di server e colonie digitali subterranee o spaziali, il futuro è praticamente qui. O forse no. Nell’attesa, possiamo sempre continuare a pregarci che le nostre email si carichino senza far spegnere metà città.
Chi avrebbe mai detto che i data center, quei giganteschi mausolei di server, stanno per prendere il volo, anzi, per orbitare letteralmente nello spazio? Sì, avete capito bene: mentre noi siamo occupati a lamentarci delle bollette salate, la Lenovo e altri pionieri della tecnologia stanno pensando di trasferire i nostri dati… fra le stelle. Scalzi su Marte? No, al massimo a qualche chilometro sopra le nostre teste, dove l’unico problema è l’assenza di un bar per il caffè.
Alcuni nomi stravaganti che fanno l’occhiolino a Nvidia e la sua creatura spaziale, Starcloud, stanno lanciando chip più potenti di qualsiasi GPU abbiano mai visto in orbita. Sale la febbre nella gara dei data center orbitali, con piccole compagnie come Edge Aerospace e Loft Orbital che, come se il loro tempo non fosse già abbastanza pieno, decidono di occuparsi anche di questa follia galattica.
E come non menzionare l’idea – uscita direttamente da un racconto di Isaac Asimov, mica da un ingegnere qualsiasi – di attingere direttamente l’energia solare dallo spazio? Dimenticate i pannelli sul tetto, ora la moda è catturare il sole da lassù, dove il clima è perfetto per questi scherzi tecnologici. Incredibile ma vero, la Unione Europea ci crederebbe davvero, visto che financia lo studio ASCEND, in collaborazione con Thales Alenia Space, che sta sviluppando robot per lanciare i centri dati oltre l’atmosfera. Prime dimostrazioni? Previsto il 2028. Chiamateli futuristi, ma loro ci stanno mettendo i soldi (e parecchi, circa 70 milioni di euro dal settore privato negli ultimi quattro anni).
Naturalmente, tra un sogno e l’altro, emergono quelle piccole quisquilie chiamate ostacoli reali: radiazioni cosmiche, raffreddamento nello spazio vuoto, costi spaziali (letteralmente) assurdi per lanci in orbita di server super energivori. Se speravate che mandare un videogioco a girare nello spazio potesse essere facile, vi sbagliate di grosso.
Un’esperta di S&P Global, Liu, ci ricorda con una pacata dose di realismo che il problema non è affatto risolto:
“Hardware resistente alle radiazioni, raffreddamento nel vuoto cosmico e i costi enormi del lancio sono ostacoli colossali. E poi non dimentichiamo i detriti spaziali e la manutenzione… buona fortuna.”
E per appesantire il sogno, l’ESPI (European Space Policy Institute) ci tiene a farci sapere che Starship – il razzo che dovrebbe rendere tutto ciò più familiare e accessibile con un lancio a 10 milioni di dollari – al momento sembra roba da fantascienza più che realtà. Jermaine Gutierrez, ricercatore dell’istituto, si sbilancia:
“Se mi chiedete ora, è irrealistico a breve termine. A lungo andare però – sempre che la Terra non acceleri troppo in avanti – potremmo vedere un guadagno dal portarli lì su.”
I giganti senza volto e i data center da salotto
Per fortuna, l’idea di data center-spaziali non è solo freddo cemento tecnologico. Quelli di Lenovo, affiancati da architetti come AKT II e Mamou-Mani, pensano a strutture che siano quasi amichevoli, una sorta di “simbiotica convivenza” con le comunità, riutilizzando il calore emesso per riscaldare case o mettere a fare la sauna qualche cittadino fortunato.
James Cheung, partner di Mamou-Mani, è quel tipo di visionario che pensa a data center come quella “forma gentile” che non deve essere solo un “mostro di scatole senz’anima” ma qualcosa di bello da vedere. La sua idea? Blocchi modulabili e impilabili che dialogano con le necessità urbane, guidati dall’ispirazione della biomimetica, ovvero, imitare la natura per disperdere calore in modo efficiente.
Naturalmente, dice Cheung, quei mostri dietro gli schermi, i nostri adorati server, mettono una pressione spaventosa sulle risorse idriche del pianeta, una dolce minaccia davanti alla quale sembriamo tutti un po’ distratti con i nostri smartphone che consumano più energia di quanto vorremmo ammettere.
La realtà della regolamentazione e il futuro green
Come sempre, questa epopea tecnologica scontrerà la sua furia creativa con la noiosa realtà delle regole. Gli esperti avvertono che senza un serio cambiamento normativo e politiche più lungimiranti non ci sarà magia che tenga per far sì che tutti questi data center, terrestri e orbitali, possano soddisfare le richieste energetiche della rivoluzione dell’intelligenza artificiale.
Liu chiarisce con pragmatismo:
“Chi gestisce i data center potrebbe anche adottare tecnologie green per scelta, ma solo se il portafoglio glielo permetterà. Per farcela, aggiorneremo le reti elettriche e costruiremo rinnovabili alla velocità della luce.”
Insomma, non basta installare qualche pannello solare qui e là per risolvere il problema. Larsson di Lenovo sintetizza la situazione così: retrofit e aggiornamenti sono un tentativo di riparare un ciclo già spezzato. Bisogna “uscire dagli schemi”, almeno quei pochi schemi normativi attuali che si ostinano a mettere limiti a chi vorrebbe essere il padrone del pianeta, e dei profitti, in egual misura.



