Il grande show britannico sull’intelligenza artificiale: trionfo o solo fumo negli occhi?

Il grande show britannico sull’intelligenza artificiale: trionfo o solo fumo negli occhi?
Regno Unito ha annunciato il suo piano d’azione “AI Opportunities Action Plan” a gennaio, un capolavoro strategico che prometteva di trasformare la nazione in una “superpotenza dell’intelligenza artificiale”, il primo ministro Keir Starmer si è spinto a dichiarare trionfalmente questo obiettivo. Strano però che, a quasi un anno di distanza, la realtà sembri più un film comico che un thriller tecnologico.

Il cuore pulsante di questa mirabolante strategia era la costruzione fulminea di data center in grado di gestire i colossali carichi computazionali necessari per il lancio dell’intelligenza artificiale, distribuiti nelle cosiddette “zone di crescita AI”: aree magiche dove le autorizzazioni si sperava venissero concesse in fretta e il potere elettrico sarebbe arrivato a fiumi. Spoiler: il fiume è più un rigagnolo.

Da allora, regali milionari da parte di Nvidia, Microsoft e Google si sono riversati nel paese che vuole giocare nel campionato dei big della tecnologia, mentre quattro zone di crescita AI sono state ufficialmente svelate e startup come Nscale si sono affacciate timidamente sulla scena. Il problema? Il famoso potere elettrico non arriva, o lo fa con una lentezza agghiacciante, e la rete nazionale sembra una vecchia signora stanca che si rifiuta di correre.

Ben Pritchard, CEO della società fornitrice di energia AVK, è stato fin troppo gentile nel definire la situazione:

“L’ambizione e la realizzazione non vanno affatto di pari passo. La crescita è frenata soprattutto dai limiti legati alla disponibilità di energia. I colli di bottiglia sulla rete elettrica hanno rallentato lo sviluppo e il Regno Unito non sta costruendo l’infrastruttura abbastanza in fretta da tenere il passo con i concorrenti globali.”

Un’illusione energetica chiamata grid connection

Nonostante l’entusiasmo, siamo ancora allo stadio embrionale. Quella di Oxfordshire, annunciata per prima a febbraio, non ha ancora visto il suolo scalfito dai lavori: stanno ancora valutando chi fregare — perdonate, intendiamo “selezionare” — per affidare il progetto. Nel nord-est dell’Inghilterra qualcosa si muove, ma i lavori partiranno solo nel 2026. Altre due zone in Galles sono state annunciate a novembre; quella del nord vaga in cerca di investitori, mentre quella del sud ha sì un sacco di siti, alcuni già operativi, altri in cantiere.

Il governo aveva promesso un gruppo centrale di zone AI che avrebbero alimentato 500 megawatt entro il 2030, con almeno una capace di superare il gigawatt. Peccato che la realtà delle infrastrutture elettriche parli un linguaggio molto più veritiero: grid capacity praticamente inesistente e tempi di attesa per la connessione che variano da otto a dieci anni.

Ben Pritchard non nasconde la sua perplessità:

“Gli sviluppatori si aspettano ritardi nella connessione alla rete elettrica tra gli otto e i dieci anni, e la quantità di richieste in attesa, soprattutto nell’area di Londra, è senza precedenti. Sul fronte della domanda energetica, i carichi di lavoro AI stanno aumentando vertiginosamente, mettendo sotto pressione un sistema già stracciato. Questi problemi non sono più rischi isolati; stanno infatti ostacolando o addirittura bloccando i progressi in tutto il paese.”

Chi pensava di vincere facile ha invece sottovalutato la burocrazia e la lentezza degli ingranaggi energetici. L’iniziativa delle zone AI, infatti, ha creato un paradosso tutto britannico: proprietari terrieri con cavi o tralicci elettrici che tagliano i loro terreni hanno presentato richieste di designazione in massa, senza la minima possibilità concreta di successo, generando così un imbuto ingolfatissimo di applicazioni.

Spencer Lamb di Kao Data ha sottolineato quanto l’afflusso incontrollato di richieste sia stato più una corsa alla speculazione che un piano strategico serio.

Chi dovrebbe sistemare le cose?

Responsabile della gestione della rete nazionale è National Energy System Operator (Neso), l’organismo pubblico incaricato di domare l’ingorgo energetico. Recentemente ha annunciato di voler dare priorità a centinaia di progetti per sveltire l’accesso alla rete. Peccato che, interrogata, non abbia confermato – né smentito – se i mega progetti AI fossero tra quelli fortunati. Assicurano però che buona parte delle opere prioritarie riguardano data center, insomma questo è il buono… o quasi.

Da parte loro, i grandi nomi della tecnologia si sono resi protagonisti di una passerella pubblicitaria degna di un festival: Microsoft, Nvidia, Google, OpenAI, CoreWeave e altri ancora hanno annunciato investimenti miliardari nel settore AI durante eventi sponsorizzati dal governo britannico. Peccato che i soldi, pur abbondanti, sembrino destinati a scivolare in un sistema così ingolfato che trasformare il Regno Unito in una superpotenza sembra al momento un miraggio da manuale di fantapolitica.

A chi credere? Al governo che promette la luna o alla rete elettrica che non si è mai evoluta abbastanza? Forse la vera specialità britannica – oltre al tè – sarà quella di trasformare grandi sogni in bizzarri pasticci di burocrazia e attese infinite. Siamo certi che i giganti dell’AI sono pronti a questa sfida… se mai riusciranno a collegarsi alla rete, ovviamente.

Stati Uniti Donald Trump, si parlava di rivoluzionari piani per piazzare i chip più avanzati dell’ultimo decennio nel Regno Unito e di aprire nuovi data center a getto continuo. E siccome la tecnologia made in casa è sempre la migliore, la startup Nscale ha annunciato trionfalmente accordi per piazzare decine di migliaia di chip Nvidia in una nuova “fabbrica dell’IA” nei pressi di Londra, mirata al 2027. Una roba che fa impallidire chiunque per complessità, potenza e… tempi biblici.

Alla conferenza GTC di San Jose, California, il superchip Nvidia GB10 Grace Blackwell è stato sbandierato come la nuova star tecnologica del pianeta. Un pezzo di hardware talmente potente che sembra uscito da un film di fantascienza, ma ben distante dalle realtà di milioni di utenti.

Puneet Gupta, general manager per Regno Unito e Irlanda di NetApp, ha fornito il solito mantra sulle “importanti fondamenta gettate dagli investimenti dei grandi attori privati”. Aggiunge anche che si stanno costruendo “supercomputer nazionali” e pianificando nuove capacità di calcolo per gigafabbriche AI in terra britannica. Grandioso, no?

Naturalmente, Gupta puntualizza che il vero banco di prova sarà vedere “quanto velocemente queste ambiziose intenzioni si tradurranno in capacità di calcolo realmente usufruibili da istituzioni e aziende del Regno Unito”. Tradotto: siamo ancora molto lontani, e per adesso sono solo promesse fumose da poster motivazionali aziendali.

Una sbornia tecnologica che poi passa

Stuart Abbott, amministratore delegato per UK e Irlanda di VAST Data, ci illumina: il segreto per la durata nel tempo non sta solo in qualche gigafabbrica scintillante, ma in un investimento serio in “tutti gli strati” necessari: pipeline dei dati, archiviazione, sicurezza, fonti energetiche, e il talento (che si spera esista). Altrimenti, spiega, si farà solo una triste “sbornia tecnologica” destinata a evaporare in un anno come l’ultimo hype passeggero.

Secondo Abbott, il Regno Unito deve puntare a costruire un’infrastruttura AI solida e sostenibile, trattandola come “un’infrastruttura economica” vera, non un giocattolo per startup in cerca di pubblicità. Concetto che sembra ovvio, ma anche complicato da far digerire a chi spreca risorse in iniziative da grande evento piuttosto che in piani a lungo termine.

Naturalmente, non tutto è rose e fiori: mentre Europa e soprattutto UK ridono con un necrologico sorriso sulle mani minuscole di investimenti rispetto agli USA, il problema dell’energia non finisce di tormentare i sogni elettrici. Il costo dell’energia nel Regno Unito è fra i più alti d’Europa, superiore del 75% rispetto ai tempi pre-invasione russa in Ucraina. Buona fortuna a chi deve costruire data center decadenti con questo prezzo da bolletta incubo.

E la rete elettrica? Una reliquia del passato. Collegate nuove strutture a questa infrastruttura significa aspettare anni, che se non sei un fan della pazienza sei messo particolarmente male. Già fa sorridere l’idea di una “gigafabbrica” di AI che deve aspettare decenni per avere energia affidabile.

Microreti: la risposta più innovativa? Forse

AVK, immaginatelo come il pronto soccorso dell’energia, sta progettando microreti per due partner nel cloud computing britannico (un settore che forse vuole evitare di metterci mano all’IA, chissà perché). Le microreti sono reti autonome di energia, autoprodotta da motori, rinnovabili e batterie: un sondaggio geniale per aggirare la lentezza suicida della rete nazionale.

Secondo Pritchard di AVK, queste microreti possono impiegare circa tre anni per essere operative e costare un 10% in più rispetto all’energia di rete. Un dettaglio gustoso per chi ha fretta di giocare a fare l’AI-powerhouse e si ritrova però a fare i conti con la pesante realtà del mercato energetico.

Anche Stuart Abbott conferma che una soluzione intelligente è co-locare i data center dove l’energia è già pronta invece di scavare ogni volta “terreni vergini”. Un consiglio pratico che certo non suonerà nuovo agli iniziati, ma che sembra quasi una rivoluzione per chi imposta tutto da zero come fosse un videogioco.

Secondo Lamb di Kao Data, la velocità con cui si risolveranno problemi fondamentali come disponibilità e costi dell’energia, i diritti d’autore sull’IA e i finanziamenti alle ricerche sarà determinante. Sembra il classico avviso di un indovino in crisi d’ispirazione, ma in realtà è un monito netto: se il Regno Unito non smette di perdere tempo, rischia davvero di diventare una landa desolata nel panorama mondiale dell’intelligenza artificiale, un vero e proprio “buco nero tecnologico”.

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