Ah, la gioia delle normative fiscali che promettono chiarezza come una nebbia londinese a mezzogiorno. In un curioso gioco di prestigio contabile, i contributi – sì, quei doni generosi che chiamiamo comunità – si tramutano in fantasmi fiscali. Non solo non si fanno sentire nell’ammontare delle perdite fiscali riportabili, ma, a condizione che siano previste nelle norme istitutive, si danno pure il lusso di ignorare le spese e i vari “componenti negativi” che, di solito, si aspettano di danzare insieme a loro nella dichiarazione dei redditi.
Per essere precisi come solo il Testo Unico delle Imposte sui Redditi (articolo 84, per chi ama le citazioni accademiche da pausa caffè) sa fare, queste magie contabili si eseguono senza che nessuno abbia il fastidio di preoccuparsi se i contributi incidano sull’ammontare delle perdite fiscali. Spoiler: non lo fanno. Immaginate la reazione dell’impresa media: “Ma io avevo calcolato quei contributi come una manna dal cielo fiscale, ora scopro che invece sono praticamente invisibili!”
Si potrebbe pensare che almeno per le norme istitutive esista un po’ di buon senso, un’ancora di salvezza per queste ingarbugliate questioni. E invece, sorpresa! Se il contributo è previsto nelle norme istitutive, allora sì che possiamo far finta di ignorare il suo impatto sulla perdita fiscale. Altrimenti, no. L’equilibrio della giungla fiscale è salvo. Una vera festa per chi vuole cavarsela senza un master in diritto tributario.
In sintesi? Questi contributi sono come i ninja del mondo fiscale: si muovono silenziosi e invisibili, senza lasciare traccia né a favore né contro, lasciando i poveri contribuenti a girare in tondo nel labirinto burocratico senza una mappa. Peccato che, a differenza dei ninja, per capirli serva solo tanta, tanta pazienza e quel tocco di masochismo per amare gli ostacoli inutili.



