Non solo promette che diventeranno “alcune delle navi da guerra di superficie più letali”, ma ci assicura anche che garantiranno la supremazia militare americana e incuteranno terrore ovunque, come se la loro singolare presenza sulla mappa bastasse a incutere timore ai nemici di turno.
Peccato però che, come chiunque minimamente informato sa, le corazzate sono state dichiarate obsolete da… boh, almeno ottant’anni. L’ultima nave di questo tipo è stata costruita in piena seconda guerra mondiale, e la marina statunitense ha formalmente messo in pensione le ultime navi di classe Iowa quasi tre decadi fa. Quelle enormi navi con cannoni da 406mm erano un simbolo di potenza navale, certo, ma da tempo fanno la figura degli zii fuori moda nel ballo dei giganti: portaaerei e cacciatorpediniere moderni con missili a lungo raggio hanno preso il comando.
L’etichetta di “corazzata” data a questi nuovi mostri marini potrebbe essere solo una trovata di marketing o un evidente anacronismo, come sottolineano gli esperti di difesa, che trovano ben pochi punti di contatto tra questo sogno di Trump e la reale guerra navale del 21° secolo.
Mark Cancian, consigliere senior del Center for Strategic and International Studies, definisce l’idea come un puro sparare sulla luna: ha scritto nel suo commento che “questo dibattito è quasi inutile, perché questa nave non vedrà mai il mare”. Tra ritardi progettuali biblici, costi spropositati e contrasti netti rispetto alla corrente strategia navale americana, che punta tutto sulla potenza distribuita e flessibile, questo progetto è già morto prima di nascere.
“Qualsiasi amministrazione futura metterà la parola ‘stop’ prima che la prima nave tocchi l’acqua”, ha aggiunto Cancian con la chiarezza di chi sa che certe idee sono destinate a restare sugli scaffali.
Bernard Loo, esperto del S. Rajaratnam School of International Studies di Singapore, boccia tutto come “un progetto per la gloria personale più che una necessità tattica”. È praticamente un remake delle imponenti e inutili corazzate giapponesi della seconda guerra mondiale: la Yamato e la Musashi, giganteschi dinosauri galleggianti che non riuscirono neppure a vedere il loro pieno potenziale prima di essere affondati dagli aerei imbarcati americani.
Photograph of the IJN Yamato, the lead ship of the Yamato class of battleships that served with the Imperial Japanese Navy during World War II. Dated 1941. (Photo by: Photo12/Universal Images Group via Getty Images)
“Dal punto di vista storico, l’idea era: più grande è la nave, meglio è… anche se in una strategia più avanzata la dimensione non conta sempre, per il cittadino medio grandi dimensioni significano potenza”. Ecco la genialità che si nasconde dietro a questa proposta: una nave lunga più di 840 piedi (più di due campi da football) con un dislocamento superiore a 35.000 tonnellate, un’autentica calamita per bombe e missili.
Loo ci avverte che “la dimensione e il valore simbolico la rendono un bersaglio irresistibile per chiunque voglia farle la festa”. Ottima strategia: progetti una nave gigantesca e dici “venite a prendermi.”
Bryan Clark, senior fellow presso il Hudson Institute, ipotizza che Trump sia in realtà affascinato più dal valore simbolico che da quello pratico delle corazzate, “le icone più visibili del potere navale per gran parte del secolo scorso”.
La USS Missouri, completata nel 1944 e ultima corazzata americana costruita, è celebre per aver ospitato la cerimonia di resa del Giappone nel 1945, trasformandola in un monumento galleggiante della fine della seconda guerra mondiale.
Japanese surrender signatories arrive aboard the USS Missouri to participate in surrender ceremonies, Tokyo Bay, Japan, U.S. Army Signal Corps, September 2, 1945. (Photo by: Circa Images/GHI/Universal History Archive/Universal Images Group via Getty Images)
Clark ricorda anche come la Marina abbia temporaneamente riportato in servizio quattro corazzate della seconda guerra nel corso degli anni ’80 per supportare la strategia di espansione della flotta a 600 unità durante la Guerra Fredda, giusto per spaventare l’Unione Sovietica. Forse Trump pensa che da allora gli Stati Uniti non siano più riusciti a detenere la supremazia navale.
Da quel momento le corazzate non hanno più visto combattimenti. L’ultima volta, nel 1991, durante la prima guerra del Golfo, qualche Iowa rinnovata fu usata per bombardare la costa, un’operazione più simbolica che davvero decisiva.
The battleship USS Wisconsin (BB-64) launches a BGM-109 Tomahawk missile against a target.
Una Folle Rivisitazione del Passato Militare
Insomma, sembra proprio che stiamo osservando un’esercitazione mediatica o un colpo di teatro per rianimare un’era che non esiste più. Il concetto di “incrociatore corazzato” è ormai un relitto del passato: alle guerre moderne si risponde con droni, satelliti, cyberattacchi e missili ipersonici, non con un colosso lento e gigantesco che diventa un bersaglio facile e costoso da mantenere.
E per fortuna, gli analisti militari concordano: questa clamorosa boutade rimarrà più probabilmente confinata nei proclami della Casa Bianca, piuttosto che vedere il battello varare una sola nave. Meglio così: se davvero lo scopo era mantenere la supremazia, c’è molto di meglio da fare che glorificare un epitaffio navale in scala XXL.
Chissà, magari un giorno scopriremo che dietro l’idea si cela un piano astuto per far divertire qualche bambino al Pentagono con i modellini, mentre il mondo reale continua a navigare con tecnologie ben più pragmatiche.
Niente di nuovo sotto il sole nella vetrina della Marina degli Stati Uniti, che ha deciso di rispolverare un dinosauro del passato: la corazzata della “classe Trump”. Perché chi non vorrebbe un gigantesco mattone galleggiante, armato fino ai denti con cannoni tradizionali, missili convenzionali, laser e perfino cannoni elettromagnetici? Sì, proprio quei giocattoli costosissimi di ultima generazione che dovrebbero assicurare l’invincibilità militare. Ah, e ovviamente non mancheranno missili nucleari e ipersonici – per dare quel tocco di eleganza distruttiva che non guasta mai.
Nella pratica, questo leviatano marino si comporterà come un grande cacciatorpediniere, anche se chiamarla corazzata è un bell’esercizio di retorica militare. Ma il punto non è questo. La vera chicca la confeziona il modello operativo della Marina americana, quello secondo cui è meglio sparpagliare il fuoco su un’armata di navi più piccole e agili, piuttosto che concentrare tutto in poche megastrutture facilmente bersagliabili.
Christopher Cancian, analista del Center for Strategic and International Studies, spiega con ironia che questa nuova corazzata rappresenta esattamente l’esatto opposto della strategia che si vorrebbe adottare. Il suo commento tagliente è chiaro: “Costruire un piccolo numero di asset grandi, costosi e vulnerabili è semplicemente contro l’idea di operazioni distribuite.”
Però, certo, mettiamola sulla carta: la tecnica forse la regge. Come ignorare i piccoli dettagli come il conto salatissimo? Prendiamo i cacciatorpediniere Zumwalt, i colossi da 15.000 tonnellate della flotta, che dovevano essere 32 ma per via dei costi insostenibili sono stati ridotti a tre. Non parliamo poi della fregata della classe Constellation, schiantata da problemi di design e gestione del personale, direttamente dal tavolo dei progetti al cimitero delle buone idee.
Il professore Clark ha stimato un conto da capogiro: tre volte il prezzo dei normali cacciatorpediniere Arleigh Burke. Con un costo medio di circa 2,7 miliardi di dollari a unità, ci si arriva a oltre 8 miliardi per ogni “corazzata Trump”. E cosa dire poi delle spese per equipaggio, manutenzione e tutto il circo teorico-logistico che una bestia del genere richiede? Una mannaia che taglia ulteriormente il già risicato budget della Marina.
Desmond Loo, altro critico senza peli sulla lingua, definisce questa idea banalmente come un “errore strategico colossale”. Tradotto, un trionfo di presunzione che farà ridere gli strateghi e piangere il portafogli degli americani.



