Il Segretario di Stato Marco Rubio ha sfornato un comunicato dal sapore epico in cui ha dichiarato che il Dipartimento di Stato sta “prendendo provvedimenti decisivi contro cinque individui che hanno orchestrato sforzi per costringere le piattaforme americane a censurare, demonetizzare e soffocare punti di vista a loro sgraditi.”
Continuando nel suo ruolo di paladino della libertà, Rubio ha precisato che “questi attivisti radicali e ONG strumentalizzate hanno spinto verso crackdowns censori rappresentati da Stati stranieri, prendendo di mira relatori americani e aziende statunitensi.” Insomma, un vero e proprio complotto internazionale che, per qualche arcano motivo, sta pericolosamente rovinando la scena politica americana. Pertanto, l’ingresso negli USA per questi eroi della censura sarà più o meno bannato a vita.
Thierry Breton, che ha vestito la tunica dell’europeo supponente tra il 2019 e il 2024, si è preso la briga di ricordare sul suo profilo X (ex Twitter): “Per chi se lo fosse scordato: il 90% del Parlamento Europeo — quell’organo democraticamente eletto — e tutti i 27 Stati membri hanno approvato all’unanimità il DSA.”
Poi, con la solita ironia da maestro di cerimonie, si è rivolto agli amici americani con un delizioso: “La censura non si trova dove pensate voi.” Chapeau.
Insomma, mentre Donald Trump spingeva per nuove restrizioni ai viaggiatori stranieri e gettava fango sull’Europa, qualcuno ha pensato che fosse il momento di passare dalle parole ai fatti. Peccato che il Dipartimento di Stato americano non si sbilanci troppo su chi siano questi eroi dell’illibertà, lasciando comunque trapelare l’identità di alcuni di loro grazie al sottosegretario per la Diplomazia Pubblica Sarah Rogers.
Tra i “sfortunati” destinatari della sanzione figura Josephine Ballon, co-responsabile di HateAid e membro del consiglio consultivo tedesco per i servizi digitali — una donna impegnata nel campo delle campagne anti-disinformazione, per capirci. La sua collega Anna-Lena von Hodenberg è stata colpita allo stesso modo. Nessuno si è preso il disturbo di commentare, ma immagino stiano preparando scuse degne di nota.
Questi divieti fanno parte della missione sacra di mantenere quella linea rossa che il dipartimento guida definisce “l’extraterritorialità della censura sugli americani”. Tradotto: non si può che essere censurati solo se lo decidono gli americani stessi, negli Stati Uniti, e basta.
In una brillante intervista con GB News il 4 dicembre, Sarah Rogers ha riservato una frecciata anche alla legge britannica sulla sicurezza online (OSA), sputando fuoco sull’applicazione extraterritoriale della normativa che, a suo dire, andrebbe a censurare gli americani impegnati a parlare di politica statunitense sulle piattaforme localizzate in patria.
Un Conflitto di Leggi e Ipocrisie
Ma facciamo un passo indietro per ammirare il groviglio legale e politico: il DSA europeo e l’OSA britannica sono praticamente le uniche leggi finora concepite per mettere un po’ di freno alla tirannia delle Big Tech e migliorare la sicurezza, soprattutto per i bambini online.
Il Digital Services Act obbliga giganti come Google e Meta a fare da poliziotti onesti sul web, combattendo i contenuti illegali con più vigore, o altrimenti rischiano di pagare multe salatissime. Nel frattempo, l’Online Safety Act britannico impone verifiche d’età sui siti per adulti e un bel po’ di altre restrizioni, cercando di arginare la selvaggia giungla digitale.
Nonostante questo, gli Stati Uniti fingono di indignarsi per queste leggi, con il comico risultato che i censori diventano loro stessi vittime di censura. La morale? Una danza surreale in cui l’America, campione in carica della libertà d’espressione, tenta di mettere il bavaglio a chi cerca di limitare l’abuso delle piattaforme social, accusandoli di censura. L’ironia della storia è palpabile, ma dilagante.



