In un’intervista a TV2, Løkke Rasmussen si è detto “profondamente sconvolto” dalla decisione e dalla dichiarazione che l’accompagnava, giudicandole “completamente inaccettabili”. Da bravo diplomatico, però, ha aggiunto una tenue speranza che l’incontro con l’ambasciatore possa avvenire entro oggi o domani, perché evidentemente discutere su quanto il padrone americano si senta in diritto di designare “speciali inviati” a territori non suoi richiede un confronto serrato e pacato.
Da quando ha inaugurato il suo secondo mandato alla Casa Bianca, il caro Trump ha ripetuto fino allo sfinimento che gli Stati Uniti necessitano della Groenlandia, ricchissima di risorse, per motivi di “sicurezza nazionale”. Con la quella solita sfumatura da cowboy, ha anche lasciato aperta, senza vergogna alcuna, la possibilità di ricorrere alla forza militare. Come dire: “Ti compro la villa, ma se non vuoi venderla ho il bazooka.”
E mentre la Groenlandia mostra il minimo interesse a diventare la nuova Arabia Saudita delle miniere, i suoi leader annaspano tra critiche più o meno diplomatiche rivolte all’amministrazione statunitense, accusata di voler trasformare il paese in una nuova colonia americana. Ma in fondo, cosa sono un po’ di sovranità a confronto di “sicurezza” e “interessi nazionali”?
Nel frattempo, poche ore prima di questa crisi diplomatica, Trump ha deciso di rimpolpare la sua lista di personaggi stravaganti nominando Jeff Landry, governatore della Louisiana (altro pezzo da novanta), come suo “Inviato Speciale per la Groenlandia”. Perché quando c’è bisogno di farsi prendere sul serio, nulla è meglio di una nomina improvvisata sui social.
Donald Trump ha scritto sui suoi amati social:
“Jeff capisce quanto la Groenlandia sia essenziale per la nostra sicurezza nazionale, e porterà avanti con forza gli interessi del nostro Paese per la sicurezza, la sopravvivenza dei nostri alleati e, in effetti, del mondo intero.”
Dal Ministero degli Esteri danese, invece, regna un silenzio degno di una cerimonia funebre, con un evasivo “nessun commento” che rimanda alla proverbiale intervista di Løkke Rasmussen. Già, perché si sa, in diplomazia la parola “disagio” si declina in tante sfumature, ma quella più netta è “non esprimiamo commenti”.
Lezione di Sovranità dalla Premier Danese
Non poteva mancare la voce della Premier danese Mette Frederiksen, che nonostante tutto ha trovato il tempo di chiarire, senza mezzi termini, che:
“La Groenlandia appartiene ai groenlandesi e gli Stati Uniti non dovrebbero prenderne il controllo.”
E se qualcuno aveva dubbi sulla determinazione danese, la stessa Frederiksen ha aggiunto che nessuno dovrebbe cambiare confini nazionali con la forza, né in politica né con le armi. Un monito leggermente ironico viste le dichiarazioni minacciose di Trump, ma che ha avuto un effetto simile a una fontanella in mezzo al deserto diplomatico.
In conclusione, assistiamo all’ennesimo capitolo di questa tragicommedia geopolitica, in cui un presidente dagli impulsi da sceriffo globale si diverte a giocare a Risiko senza nemmeno conoscere le regole, mentre i territori autonomi e sovrani cercano di non sprofondare nel ridicolo bagno di follia politica che li coinvolge senza avere chiesto nulla.



