Sisma e Cratere: come i comuni di Rieti si reinventano tra illusioni verdi e fuga degli abitanti

Sisma e Cratere: come i comuni di Rieti si reinventano tra illusioni verdi e fuga degli abitanti

Ah, il futuro radioso dei poveri comuni terremotati del cratere laziale, un destino incerto ma certamente intriso di “opportunità” – parola ormai magica e salvifica che si usa ogni volta che si deve mettere una pezza a guai annosi. Ovviamente, tutto dipende dalla loro miracolosa capacità di trasformare la fragilità in oro puro, o almeno in qualcosa che assomigli all’oro, ovvero un modello integrato di rigenerazione dove infrastrutture cadenti, capitale umano scappato via e sostenibilità ambientale si stringono in un abbraccio di quelli che salvano il mondo.

Questo affascinante scenario emerge da un testo dal titolo evocativo: Focus Area Sisma, uno studio che si sforza di raccontarci le strategie di rilancio per i comuni del cratere nella provincia di Rieti. Naturalmente, non potevano mancare le parole d’ordine: transizione climatica, sviluppo territoriale, rigenerazione – tutti elementi che suonano come la playlist perfetta per convincerci che il disastro è solo il preludio di una nuova era di splendore.

Il delirio perfetto: un modello integrato?

Seguendo la dottrina del politicamente corretto, ci si aspetterebbe che la risposta alle catastrofi naturali sia una concertazione tutte mani e cervelli. Invece, si resta di nuovo incastrati nella trappola più classica: una miriade di belle parole, strategemmi astratti e protocolli di cui nessuno ha davvero bisogno – almeno fino a quando non si verificherà un’altra scossa che farà saltare ogni piano. Perché è sempre così: si predica integrazione fra infrastrutture, capitale umano e ambiente, poi però la realtà è una gara a chi rallenta di più i progetti o a chi dimentica proprio di partire.

Ma teniamoci la speranza che qualcuno, magicamente, riesca a coordinare progetti e investimenti senza perdersi in un mare di burocrazia e conflitti d’interesse. Intanto i territori aspettano, sperando che non diventino soltanto il simbolo vivente di come un disastro può essere ghiotto terreno di promesse mai mantenute.

Parole, parole, parole… e qualche realtà

La sostenibilità ambientale – concetto tanto trendy quanto fumoso – appare come l’ultima trovata per concedere un’aura di modernità al progetto di riscatto territoriale. In teoria, si dovrebbe puntare a un equilibrio fra sviluppo economico e cura dell’ecosistema, ma sappiamo bene che in Italia, quando si parla di ambiente e infrastrutture, il mix è spesso una ricetta per il disastro.

Il “capitale umano” è un’altra chicca del discorso. Come se bastasse una spruzzata di formazione o qualche corso di aggiornamento per trasformare un territorio provato così profondamente in una fucina di talenti e innovazione. Dimenticando, ovviamente, che buona parte dei giovani se ne sono già andati, e quelli rimasti spesso non hanno altro che la nostalgia di un futuro mai arrivato.

L’integrazione con le infrastrutture? Un altro tormentone che si scontra con la cruda realtà di strade da rifare, reti elettriche obsolescenti e servizi pubblici che sembrano uscite da un romanzo distopico. Ma ovviamente il modello integrato non è solo questo, è la panacea che dovrebbe risolvere tutto con l’armoniosa convivenza di queste componenti. Peccato che fra teoria e pratica in Italia spesso c’è un passaggio obbligato per il caos.