Edinburgh Worldwide Investment Trust, un fondo tecnologico gestito da Baillie Gifford, ha deciso di scuotere un po’ le acque. O almeno così vuole far credere, chiedendo ai suoi azionisti di respingere il piano del fondo attivista statunitense Saba Capital, guidato da Boaz Weinstein, che punta a rinnovare completamente il consiglio di amministrazione. Perché si sa, un po’ di rivoluzione fa sempre bene, specie quando arriva un hedge fund aggressivo con il 30% delle quote in mano e il gusto di mettere mano all’orologio altrui.
Il consiglio di amministrazione di EWIT si è affrettato a dichiarare mercoledì che consiglia caldamente agli azionisti di bocciare l’iniziativa di Saba. Qui il paragone è diretto: via quelli attuali e dentro tre nuovi membri mostrati come l’ennesima panacea dei mali del trust. Dopotutto, cosa importa che il fondo abbia una fetta consistente, l’importante è difendere lo status quo, no?
Jonathan Simpson-Dent, presidente di EWIT, ha definito Saba un “hedge fund aggressivo americano” deciso a “prendere il controllo per il proprio tornaconto commerciale, a spese degli altri azionisti”. Una descrizione così imparziale che quasi sembra uno spot pubblicitario della stessa società.
Non poteva mancare la solita litania sui meritati progressi dell’ultimo anno, tanto ampi quanto indisturbati, che il consiglio afferma di aver fatto. Evidentemente abbastanza robusti da giustificare un atteggiamento da monocolore, secondo Simpson-Dent.
Lo scontento del “meraviglioso” progresso
Chiaramente, Saba Capital vede la realtà con occhiali decisamente diversi: per loro, i “progressi” del trust sono stati soltanto un’incredibile devastazione di valore senza precedenti negli ultimi cinque anni. Il fondo propone, in una lettera agli azionisti, i nomi dei nuovi direttori – Gabi Gliksberg, Michael Joseph e Jassen Trenkow – convinto che possano finalmente offrire “la performance che gli azionisti hanno tutto il diritto di aspettarsi”.
Da buon azionista di maggioranza, Saba ha ottenuto che venga indetta un’assemblea generale – prevista per i primi mesi del prossimo anno – dove cercherà di far approvare le sue risoluzioni per rimpiazzare l’intero board. Nessun dubbio: sarà uno spettacolo degno di nota.
Simpson-Dent ha commentato così:
“Invitiamo Saba a spiegare agli azionisti del EWIT quali siano le sue reali intenzioni oltre al semplice cambio del consiglio, per permettere agli azionisti di fare una scelta consapevole a gennaio, piuttosto che essere travolti dall’incertezza nel caso in cui la loro operazione vada a buon fine.”
Un modo elegante per dire: “Siamo qui e stiamo facendo meglio di così”, citando un ritorno del NAV del 16,2%, che batte perfino il 6% dell’indice di riferimento S&P Global Small Cap. D’altronde, c’è pure il programma di riacquisto azionario che ha contribuito a mantenere il discount a una media del 5,3%, praticamente un miracolo rispetto al 17,9% della media dei competitor.
Un’altra conquista mancata (per ora)
È bene ricordare che non è la prima volta che Saba prova a fare piazza pulita del consiglio EWIT: la prima tentata rivoluzione di febbraio è stata sonoramente bocciata dagli investitori. Nel frattempo, però, Weinstein ha fatto crescere la sua quota fino al 30%, potendo così bloccare la proposta di fusione tra EWIT e un altro fondo targato Baillie Gifford, il US Growth Trust.
Che dite, siamo alle ultime battute di un’epica saga o solo all’inizio di un dramma a puntate? Di certo le tensioni tra i due schieramenti si sono fatte incandescenti, in una battaglia senza esclusione di colpi sul tema del discount di EWIT. Ecco cosa pensa il grande capo di Saba Capital:
“Non ho alcuna fiducia nella capacità degli attuali amministratori di migliorare le prospettive e proteggere il capitale degli azionisti.”
La critica prosegue senza peli sulla lingua: “Molti azionisti avevano dato fiducia al consiglio, permettendo loro di rimanere, ma semplicemente il consiglio ha chiesto più tempo per mostrare risultati e ha clamorosamente fallito.”
Tutto il fascino dei fondi chiusi e il viaggio nel futuro
Per chi s’illudeva che gli hedge fund guardassero solo a Wall Street, Weinstein dimostra il contrario: negli ultimi anni ha puntato con ossessione su fondi chiusi e investment trusts, sia oltreoceano che nel Vecchio Continente, fiutando le occasioni generate da persistenti sconti di valutazione. Al recente Sohn London investment conference, il manager newyorkese ha voluto lanciare un avvertimento a chi ha orecchie per intendere: “Nel settore dei trust di investimento britannici si avvicina una tempesta”. Ovviamente, lui è pronto con l’ombrello.
Il portafoglio di EWIT, che gira intorno agli 847 milioni di dollari, è un intruglio globale di piccole e medie imprese, pubbliche e private, tutte dedicate a innovazioni tecnologiche disruptive. E qui si gioca la partita più aspra.
Non stupisce che la posizione più grande sia quella in SpaceX di Elon Musk, che vale quasi il 16% dell’intero fondo: un biglietto da visita che più pesante non si può e che è diventato il fulcro della discordia. Perché, come scoprirà chi segue l’affaire, non ci si limita a tifare SpaceX come teatro di nuove conquiste spaziali, ma si parla anche di vendite strategiche e di valutazioni molto, molto dibattute.
In un messaggio pubblicato su X (vi ricordate Twitter, no?), Weinstein ha accusato Baillie Gifford di aver venduto un terzo delle azioni SpaceX contenute sia in EWIT sia nel US Growth Trust a prezzi “massicciamente inferiori” rispetto alla valutazione da 1,5 trilioni di dollari che la casa del razzo potrebbe raggiungere in una futura IPO. Naturalmente, Saba ha riferito di chiamate arrabbiate di azionisti “furiosi” per questa gestione.
Dall’altra parte, EWIT ha replicato mercoledì ribadendo la sua proposta irresistibile sul piatto: “Offriamo agli investitori un portafoglio unico e distintivo di società disruptive e trasformative, perfettamente posizionate per una crescita a lungo termine”, con tanto di forte esposizione a SpaceX. Quindi, amici azionisti: questo è il prodotto. Volete davvero cambiarlo?



