Il colosso petrolifero britannico BP, dopo una girandola di CEO degna di una soap opera, ha appena nominato come nuovo amministratore delegato Meg O’Neill, già a capo di Woodside Energy. Il caro Murray Auchincloss, diventato CEO meno di due anni fa, si accomoda così sugli allori, o meglio sul divano dell’uscita, lasciando la poltrona a un nuovo volto. Nel frattempo, a fare da tappabuchi ci penserà Carol Howle, vicepresidente esecutiva per la fornitura, il trading e il trasporto di BP, fino al fatidico 1° aprile, giorno in cui O’Neill prenderà ufficialmente in mano le redini del colosso petrolifero.
BP, nota anche come quella multinazionale che ogni sei anni cambia CEO come se fosse una moda passeggera, ora si affida a O’Neill per mettere ordine. Una leadership che, tra un cambio e l’altro, lascia più l’impressione di una partita a domino che a una strategia ben pianificata.
Auchincloss era salito sul podio all’inizio del 2024, succedendo a Bernard Looney, il quale a sua volta aveva preso il timone da Bob Dudley nel 2020. Ma Looney non ha lasciato una traccia indelebile se non per il piccolo dettaglio di aver taciuto una relazione con un collega. Una dimenticanza che, forse, dovrebbe far riflettere su quanto la trasparenza valga nel mondo scintillante delle alte sfere petrolifere.
Il signor Looney, con la sua retorica da ambientalista pentito, aveva dichiarato guerra ai combustibili fossili puntando al passaggio a un’energia verde, salvo poi essere detronizzato da Auchincloss, che ha proseguito con più cinismo e pragmatismo nel mantenere le radici profonde del business: gas e petrolio, ovvero il “cuore pulsante” di BP. Un “ritorno alle origini” che, ovviamente, ha mandato in tilt gli investitori e dimezzato le promesse di trasformazione verde.
In una dichiarazione la scorsa settimana, Auchincloss si è concesso il lusso di ammettere che al neoeletto presidente Albert Manifold aveva confessato la sua disponibilità a farsi da parte «qualora fosse stato individuato un leader appropriato». Che gentilezza, una vera lezione di abdicazione!
Come se non bastasse questa altalena di cambiali firmate in borsa, BP è stata protagonista, almeno secondo giornali e chiacchiere, di rumor di acquisizioni da parte del rivale Shell. Naturalmente, il solito silenzio-da-strofa-lirica dal quartier generale ha smentito con la grazia che solo grandi multinazionali sanno mettere in scena: nessun interesse, magari erano solo voci maligne o propaganda per movimentare le azioni.
Fondata nel 1909 col nome di Anglo-Persian Oil Company, questa signora della borsa anglosassone di energie ha visto il suo profitto annuo scendere senza sosta negli ultimi anni, mentre il mondo iniziava a parlare di transizione ecologica senza investirci realmente. Ma ehi, niente panico! Una strategia di “reset” è stata annunciata con tanto di cambio di script green, tagli ai costi e qualche felice scoperta di petrolio. Risultato? Un bel +15% sul titolo in borsa da inizio anno e un comodo +21% negli ultimi cinque anni, gettando acqua sul fuoco delle critiche.
Il titolo ha chiuso l’ultimo giorno di contrattazioni con un timido +0,7%, come a dire: «Nonostante tutto, la barca galleggia». E così arriviamo a Meg O’Neill, la signora petrolio che sembra pronta a incarnare il compromesso tra vecchio e nuovo, tra affari esistenti e auspicio di una domanda energetica che non finisca mai.
Un Carriera “Limpida” e un Futuro “Sostenibile”?
Meg O’Neill non è proprio una novellina: più di ventitré anni con ExxonMobil, la mega multinazionale statunitense milionaria di idrocarburi, e ora presidente di Australian Energy Producers, un’associazione industriale per il settore energetico australiano. Praticamente un curriculum da bestseller per l’industria del petrolio, condito da un posto nel consiglio dell’American Petroleum Institute e precedenti apparizioni nel Business Council of Australia. Una carriera che è un vero omaggio ai combustibili fossili, insomma.
Intervistata nel 2023 durante il Future Investment Initiative Institute in Arabia Saudita, O’Neill ha candidamente illustrato come la sua compagnia guardi agli investimenti con un occhio sulla domanda «per decenni a venire». La soluzione? Il gas naturale liquefatto (LNG), ovvero il “compromesso pulito” amato dalla Commissione Europea poiché meno sporco del carbone e più facile da vendere ai clienti globali.
O’Neill si è quasi commossa sostenendo di avere una «convinta fiducia nel ruolo del LNG quali soluzione a metà strada tra affidabilità, costo e sostenibilità». Un modo elegante per dire che gli investitori e i clienti vogliono tutto e subito, ma soprattutto senza sborsare un centesimo in più per prodotti più rispettosi del clima.
E quando le si chiede se i clienti sarebbero disposti a pagare qualcosa in più per prodotti più ecologici, la risposta è un entusiastico e disarmante «zero o quasi zero». Difficile negare allora che la scelta di puntare su LNG sia un elegante bullone che serra il cofano di qualunque ambizione ambientalista.
Per inciso, Woodside Energy prevedeva, al tempo, una crescita della domanda di LNG del 50% nel prossimo decennio. Un crescendo che pare più un inno al consumo che una visione sostenibile per il pianeta.



