Diritti umani in Tanzania, Iran e Tunisia: un festival di violazioni che nessuno sembra voler fermare

Diritti umani in Tanzania, Iran e Tunisia: un festival di violazioni che nessuno sembra voler fermare
Tanzania possa ancora essere considerata “una notizia”. Dopo le elezioni di ottobre 2025, il bilancio ufficiale parla di migliaia di morti e feriti, con perfino fosse comuni scoperte. Ma non vi preoccupate: le autorità tanzaniane hanno tutta l’intenzione di far finta di niente e proseguire con la repressione. Il Parlamento europeo, dal canto suo, tra un appello e l’altro, invita il governo a un “dialogo politico” con opposizione e società civile, come se un picnic potesse risolvere massacri di massa.

Nel frattempo, il leader dell’opposizione, Tundu Lissu, è rinchiuso in carcere in circostanze che potremmo definire “arbitrarie” e “colte con una spolverata di motivazioni politiche”, e addirittura accusato di reati capitali per essere stato escluso dalla competizione elettorale. Parlamento europeo chiede a gran voce il suo rilascio “immediato e incondizionato” (come se avesse potere reale sul governo tanzaniano). Inoltre, sperano qualche miracolo ribaltando la pena di morte e commutando le condanne capitali, perché mica vorremmo che la giustizia si applichi a modo loro.

Ovviamente, sembra ovvio che nessuno indagherà seriamente sulle uccisioni, sparizioni forzate, torture o qualsiasi altra violazione, a meno che l’Africa non decida di farsi una commissione d’inchiesta tutta sua, perché l’Europa ha ben capito che sostenere le autorità Tanzaniane non è esattamente una mossa brillante. Così il Parlamento invoca la sospensione di aiuti diretti e fa pressione per instaurare sanzioni contro i colpevoli. Ovviamente, tutto ciò deve ancora concretizzarsi, visto che la risoluzione è passata con 539 voti a favore, nessun voto contrario e… 27 astensioni. Altri indifferenti?

In un colpo di teatro degno di un film, il Parlamento ha anche chiesto a mani alzate alla Commissione di ritirare un progetto di finanziamento per la Tanzania nel 2025. Evidentemente, l’idea che la situazione democratica e i diritti umani fossero “a posto” era poco credibile dopo quelle elezioni truccate e la brutale repressione post-voto. Un’inversione di marcia che convince tutti — o forse solo i più ingenuamente ottimisti.

Persecuzione crescente dei Baha’i in Iran: un sequel di orrori

Come se le tragedie politiche internazionali non fossero sufficienti, riemerge il vecchio spettacolo in Iran, dove la comunità Baha’i è sistematicamente repressa. Molestie, detenzioni arbitrarie, confische di proprietà e una bella serie di violazioni dei diritti fondamentali, tutto condito da un pericoloso cocktail di ipocrisia e violenza istituzionale.

I deputati europei non solo condannano questa persecuzione con parole forti, ma puntano alle autorità iraniane perché smettano subito con questi “giochini violenti” e liberino chi è detenuto solo per le proprie convinzioni religiose. Le donne Baha’i, poverette, subiscono una doppia dose di oppressione, costituendo i due terzi di tutti i prigionieri della loro comunità. E, tanto per non farsi mancare nulla, l’uso della pena capitale è in aumento – un classico strumento di repressione politica e religiosa degno del Medioevo.

Oltre alle condanne, il Parlamento europeo ordina all’Iran di risarcire le vittime, restituire tutti i beni confiscati e garantire accesso a istruzione, lavoro e servizi per i Baha’i. Le istituzioni europee sono chiamate a spingere per sanzioni verso gli ufficiali responsabili, mentre continuano a chiedere che la Guardia Rivoluzionaria Islamica sia formalmente riconosciuta come organizzazione terroristica. Una risoluzione approvata con 549 voti favorevoli, sette contrari e 31 astensioni: c’è chi proprio non ha il senso della decenza.

Situazione della legalità e diritti umani in Tunisia, con focus su Sonia Dahmani

Giusto per non farsi mancare nulla nel portfolio delle tragedie mediterranee, in Tunisia la situazione dei diritti fondamentali è così disastrata che persino il Parlamento europeo non può fare altro che urlare nel vuoto. La vicenda di Sonia Dahmani, avvocatessa e giornalista, rappresenta il simbolo di un sistema giuridico che si diverte a giocare con l’arbitrio e la persecuzione giudiziaria.

Arrestata senza alcuna ragione credibile, minacciata da una giustizia di maniera e costretta a subire condizioni detentive che definire crudeli è poco, Sonia Dahmani è diventata il capro espiatorio di un regime che ha deciso di tappare la bocca a chi osa criticare. Parlamento ne chiede il rilascio immediato, insieme a tutti gli altri prigionieri politici, e invita le autorità tunisine a lasciar perdere accuse infondate e a smetterla di molestare pure la famiglia Dahmani. Quanto zelo “democratico”!

L’appello però non si ferma alla singola vicenda personale ed eleva la questione a una questione sistemica di libertà di espressione, di indipendenza della magistratura e di rispetto dei diritti sanciti dalla costituzione tunisina e dall’accordo di associazione con l’Unione Europea. La famigerata legge 54, usata come clava contro le libertà fondamentali, dovrebbe essere abolita, ma è chiaro che nessuno vuole fare sul serio.

Ci sono pure esortazioni alla Commissione europea perché risponda alle pressioni economiche che il governo tunisino esercita su difensori dei diritti umani e società civile, con un invito a non abbassare la guardia, a mantenere alta l’attenzione e a cercare un coordinamento diplomatico che almeno provi a ottenere qualche rilascio politico. Una risoluzione approvata con 464 voti a favore, 58 contrari e 75 astensioni. Il teatro del paradosso in salsa mediterranea continua.

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