Che spettacolo tragicomico ci regala la politica internazionale: Volodymyr Zelenskyy, il presidente ucraino, entusiasta e puntuale come un orologio svizzero, dichiara di essere “pronto a lavorare con chiarezza e onestà” su un piano di pace. Un piano, ovviamente, confezionato dai soliti burattinai americani e russi, che sembrerebbe voler mettere in vendita un pezzo sostanzioso di Ucraina: il famigerato Donbas. Un territorio tanto caro, da sacrificare in cambio di pace, o almeno di una tregua che abbia qualche speranza di durare. Nel frattempo, il Cremlino si fa attendere, rispondendo diplomaticamente che ufficiosamente non ha ancora ricevuto nulla, ma che, eh, “siamo aperti a trattare”, giusto a tenerci in sospeso.
Il presidente ucraino, col suo solito stile da dirigente di compagnia di traslochi, racconta su Telegram un appuntamento con una delegazione americana “molto seria”, che gli ha esposto i punti di un piano di pace articolato in 28 passaggi. Dal contenuto, si capisce che la pace dovrebbe passare per la rinuncia a parte del territorio orientale e la riduzione drastica delle forze armate di Kyiv. Insomma, un capolavoro di negoziazione dove l’Ucraina perde pezzi importanti mentre gli imprenditori bellici continuano a fare affari d’oro.
Ovviamente, Zelenskyy non si scompone troppo davanti alla prospettiva di cedere terra, pur avendo sempre negato questa possibilità. La sua posizione “immutabile” però, miracolosamente, si adatta alla realtà dei fatti: pace, sì, ma “con termini che rispettino la nostra indipendenza, sovranità e dignità”. Ah, la dignità! Quel valore così elastico che si può tirare fuori o mettere da parte a seconda della convenienza del momento. Dirige, poi, le trattative per lavorare “in modo chiaro e onesto” insieme agli Stati Uniti, ai partner europei e globali – perché la pace internazionale è un progetto corale, soprattutto quando costa così cara e nessuno vuole davvero decidere.
In Europa tutti vogliono sedersi al tavolo, ma nessuno vuole pagare il conto
Kaja Kallas, l’ineffabile responsabile della politica estera dell’Unione Europea, chiede a gran voce che “l’Europa abbia un posto al tavolo delle trattative”. Chissà se spera di poter almeno dare un’occhiata al menù, visto che finora l’unico aggressore sembra essere la Russia e l’unica vittima l’Ucraina. Pare che paragonare le parti come se fossero due contendenti in un reality show sia ancora la narrativa preferita da molti, ma la verità è che per ora l’Unione sembra semplicemente un elegante spettatore pronto a rattoppare i buchi dopo l’ennesima frittata.
Zelenskyy aggiunge, sempre col sorriso di chi deve fare buona impressione e spera in una chiamata, che “non farà dichiarazioni scomposte” e si prepara a colloquiare con Donald Trump, che si spera gli assicuri il sostegno americano, ultimo baluardo della situazione, e chissà quale altra sorpresa potrà estrarre dalla manica. Alla fine, secondo lui, “la forza e il supporto degli Stati Uniti possono davvero portare la pace più vicino”. Naturalmente, il solito refrain del potere e del salvifico intervento yankee, utile quale paravento per giustificare ogni compromesso, anche quelli più umilianti per l’Ucraina.
Rustem Umerov, segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa nazionale ucraino, puntualizza che i negoziati continuano e che si stanno valutando con attenzione tutte le proposte. Rispetto, sovranità, sicurezza e pace giusta sono le priorità dichiarate, ma la domanda è: di fronte a queste affermazioni tanto solenni, chi può seriamente credere che non si tratti solamente di una copertura retorica mentre si scende a compromessi clamorosi?
Il piano americano: un disastro strategico
Il senior fellow di Bruegel, Guntram Wolff, ha sparato la verità come una doccia fredda per tutti gli entusiasti: il piano americano non vola, e volare in alto non è proprio il suo forte. La proposta prevede, infatti, una riduzione delle forze armate ucraine da 900.000 a 600.000 soldati – un vero e proprio smantellamento militarizzato di un terzo della potenza – senza militari della NATO all’interno del paese. Geniale, vero? Così la Russia può preparare con calma un “secondo tempo” di aggressione, dato che abbiamo già visto le pause strategiche del Cremlino: una tregua per poi ripartire con il botto.
Wolff si meraviglia che qualcuno pensi ancora che un piano di pace debba assomigliare a una resa senza condizioni mascherata da accordo. Semplicemente, lascerebbe l’Ucraina vulnerabilissima a futuri attacchi, senza una reale garanzia di protezione. Ma non avrebbe senso – anzi, sarebbe troppo logico – aspettarsi che i veri interessi in campo siano la stabilità dell’Ucraina e la sicurezza dei suoi cittadini. Qui si parla di affari, geopolitica e giochi di potere; la pace è solo una parola che serve da sfondo ai grandi spettacoli diplomatici.



