Lezioni di storia per Reeves mentre si avvicina il bilancio pronti a stupirci con l’ovvio

Lezioni di storia per Reeves mentre si avvicina il bilancio pronti a stupirci con l’ovvio

Ma Rachel Reeves, la famigerata cancelliera del Tesoro del Regno Unito, ci ha messo tutta la buona volontà per sfidare questa regola non scritta. Il suo primo Bilancio, lanciato proprio l’Halloween del 2024, fa ancora discutere oggi. Motivo? Ha succhiato ben 25 miliardi di sterline dalle imprese aumentando i contributi nazionali dei datori di lavoro, quella noiosissima tassa sul libro paga. E guarda caso, questo si è tradotto in un bel regalino per la disoccupazione, salita parecchio.

Nonostante questo, la maggioranza dei Bilanci è pura polvere nel vento dopo qualche settimana, tranne qualche rara eccezione star della storia economica.

Un esempio clamoroso è stato quello del 10 marzo 1981, firmato da Geoffrey Howe, quando la Gran Bretagna era sprofondato nel pantano della stagflazione: inflazione al 15%, disoccupazione aumentata di un milione e un debito pubblico in piena ascesa.

Risposta di Howe? Un Bilancio che alzava tasse per 4 miliardi di sterline congelando le soglie fiscali (una chicca che a quanto pare Reeves ha deciso di copiare pari pari) e pompando dazi su alcol, tabacco e carburanti come se non ci fosse un domani.

Ovviamente non potevano mancare le dolci imposte sugli istituti bancari, che avevano potuto fare scorpacciate di profitti grazie agli aumenti dei tassi d’interesse voluti dal governo per domare l’inflazione (non dimentichiamo che la Banca d’Inghilterra ha ottenuto l’indipendenza monetaria solo nel 1997), e un contributo extra dal petrolio appena scoppiato nel Mare del Nord.

Da una parte un governo che si vantava di abbassare le tasse, dall’altra un Bilancio così indigesto da provocare l’uscita di scena in riguardati numeri di parlamentari del suo stesso partito conservatore durante il discorso. D’altronde cosa sarebbe la politica senza un pizzico di dramma?

Alla fine di marzo 1981, 364 economisti, tra cui spiccava il nome di Mervyn King, futuro governatore della Banca d’Inghilterra, scrissero letteralmente al The Times che non c’erano basi né teoriche né empiriche per quei provvedimenti, avvertendo che rischiavano di far saltare in aria la “stabilità sociale e politica” della nazione. Ironia della sorte, questo fu il Bilancio che poi placò l’inflazione e permise di far scendere i tassi d’interesse, gettando le basi per una crescita che durò tutto il decennio.

Quindi, come in tutte le storie epiche che si rispettano, tra tanto tossire e sbuffare, qualcosa si aggiusta quasi sempre.

Spettri del passato: quando i Bilanci erano… memorabili

Passando al 1988, sotto la guida dell’inarrestabile Margaret Thatcher al 10 di Downing Street, Nigel Lawson ereditò l’onere di un’altra mannaia fiscale che ancora fa discutere i critici. Dopo aver già stupito nel 1984 abolendo alcune imposte sugli investimenti e semplificando la tassazione delle imprese (con un bel taglio alle aliquote), Lawson decise nel 1988 di fare il grande passo: taglio del tasso massimo di imposta sul reddito dal 60% al 40% e riduzione del tasso base da 27% a 25%.

A prima vista un sogno? Non proprio. Annunciò in pompa magna anche il cambiamento imminente delle agevolazioni fiscali sui mutui, provocando un assalto alle richieste di mutuo nelle settimane seguenti, mentre tutti cercavano di comprare casa prima che il cambiamento diventasse realtà.

Come ricordava la stessa Thatcher nelle sue memorie, “Dal punto di vista della casa, questo diede una spinta immediata al mercato… proprio nel momento sbagliato, quando il mercato immobiliare era già troppo caldo.” Che magnifica lezione di tempismo!

Questa politica fiscale largheggiante e il generoso allentamento monetario di quegli anni furono probabilmente la scintilla per la recessione e il crollo del mercato immobiliare nei primi anni Novanta. Insomma, un bell’esempio di come combinare disastri economici con stile.

Un altro Bilancio che si ricorda – purtroppo per motivi meno eroici – è quello di Gordon Brown del luglio 2006. Ma questa storia merita un capitolo a sé, come vedremo.

L’anno 1997 ci ha regalato il primo bilancio economico firmato da un cancelliere laburista dopo ben diciotto anni di astinenza politica. Naturalmente, la sorpresa non è mancata: Gordon Brown ha deciso di piazzare una tassa inaspettata da 5,2 miliardi di sterline sulle aziende dei servizi privatizzati. E tutto ciò per finanziare il suo ambizioso piano “Welfare to Work”. Ma non finisce qui: ha anche “gentilmente” tagliato l’imposta sulle società e ridotto l’IVA sul combustibile domestico. Un vero amico dei consumatori, non c’è che dire.

Tuttavia, l’episodio che rimane gravato nella memoria collettiva economica è la scioccante decisione di eliminare il credito d’imposta sui dividendi per i fondi pensione. Una mossa che, nelle parole di Brown, serviva a scoraggiare le aziende dal “buttare soldi ai dividendi” piuttosto che reinvestire nel lungo termine. Secondo lui, un sistema che premia i dividendi è un ostacolo agli investimenti di qualità. Come dire, impediamo alle aziende di usare i loro profitti come preferiscono, soprattutto se questo significa tagliare le gambe ai pensionati.

Peccato, però, che i fatti abbiano raccontato un’altra storia. Gli investimenti aziendali nel Regno Unito non hanno visto un balzo in avanti, ma un tonfo, anzi una caduta libera. Ancora più affascinante è stato il devastante effetto sui fondi pensione: questa genialata ha mandato all’aria circa 250 miliardi di sterline in 20 anni. E, udite udite, ha accelerato la chiusura dei mitici schemi pensionistici a beneficio definito, quelli che garantivano una pensione decente a milioni di lavoratori. Peccato che ora, con questi schemi chiusi, tutti si siano ritrovati a dover puntare su schemi più scarsi che scaricano i rischi direttamente sugli individui, non più sulle aziende. Complimenti per la lungimiranza.

Ma la storia non finisce qui: grazie a questa brillante intuizione, milioni di lavoratori nati dopo il 1960 si sono trovati, praticamente in eredità, pensioni più magre di quanto sperassero. Quel sistema a beneficio definito non solo è stato abbandonato ai nuovi iscritti, ma ha anche imposto che gli investimenti preferiti fossero obbligatoriamente in obbligazioni, dimenticando che una buona parte degli utili stava proprio in azioni. Prima della rivoluzione browniana, i fondi pensione detenevano circa la metà del mercato azionario britannico, ora si accontentano di un misero 4%, come se fosse un trofeo da sbattere in vetrina.

Un altro dettaglio curioso, quello del giorno del bilancio: unica giornata nel calendario parlamentare in cui un cancelliere può concedersi qualcosa di diverso dall’acqua. Nel passato glorioso di Denis Healey si sorseggiava brandy, Geoffrey Howe preferiva un gin tonic, mentre per Ken Clarke il classico whisky era d’obbligo. Ma da quando Brown ha invertito la rotta nel 1997, tutti i cancellieri hanno optato per la parola d’ordine “acqua liscia”. Segno che la serietà fa rima con sobrietà, o forse solo con noia.

È curioso come, dopo tanto tempo speso a mettere insieme i loro piani fiscali, solo pochissimi bilanci riescano a lasciare un segno profondo nella memoria collettiva. Tra questi, il 1981, il 1988 e il 1997 sono i pochi sopravvissuti alla muffa storica. Peccato che l’attuale cancelliera Rachel Reeves rischi di aggiungersi proprio alla lista di quelli dimenticati — sempre che riesca a stare a galla oltre la seconda ‘apparizione’ del suo bilancio autunnale, cosa che in pochi si aspettano. Ma non mancherà di farsi ricordare, anche se probabilmente per le ragioni peggiori.

Tra illusioni e sussulti di mercato

Non sorprende il fermento che precede il lancio dell’annuale bilancio autunnale del Regno Unito. Gli analisti economici, con l’aria seria e la parola pronta, sottolineano che la signora Reeves non può proprio esimersi dall’intraprendere qualche aumento fiscale, il cosiddetto ‘amabile sacrificio’ per calmare gli investitori. Ma siamo certi che qualche ‘sacrificio’ non basterà: la signorina cancelliera dovrà fare molto di più per guadagnare qualche applauso.

Il paradosso però è dietro l’angolo: si chiede a chi conduce le redini dell’economia di affrontare “pressioni di crescita acute” senza tradire la narrazione dell’austerità perpetua, un giochino politico che sembra più una lotteria senza vincitori.

John Swinney, Primo Ministro della Scozia, esprime con un candore rinfrescante cosa mancherebbe al budget di salute:

“Quel che mi aspetto dal bilancio è una qualche misura capace di affrontare i problemi quotidiani legati al costo della vita, oltre a un segnale chiaro di investimento pubblico. Anni e anni di austerità hanno minato la crescita economica, è ora di rimettere carburante ai motori.”

Nel frattempo, in borsa, le azioni londinesi hanno fatto un leggero salto del 0,6% nell’ultima settimana, mentre mercati e investitori trattengono il fiato in attesa del discorso ufficiale di Reeves. I titoli legati alla difesa hanno avuto una settimana movimentata, oscillando tra speranze di pace fra Kiev e Mosca e prevedibili nervosismi del mercato europeo.

Immancabile la fluttuazione della sterlina, un’altalena ormai nota ai più, che ha registrato un lieve miglioramento contro il dollaro con un +0,18%, dopo aver toccato il minimo proprio pochi giorni fa. Nel frattempo, i rendimenti dei titoli di Stato a dieci anni (“gilts”) sono diminuiti leggermente, forse anticipando la tensione del budget imminente.

Il tutto mentre gli sguardi sono fissi sui giorni cruciali: 26 novembre per il debutto ufficiale del bilancio, 28 per i dati sulla produzione automobilistica e il primo dicembre per quelli sui mutui di Banca d’Inghilterra. Poco da aspettarsi, ma molta curiosità e, magari, qualche delusione da servire a parte.

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