Ah, Regno Unito, dove anche il debito pubblico ha le sue montagne russe. Questa settimana, il costo del prestito governativo ha fatto un balletto degno di un premio Oscar, e tutto grazie all’intraprendente ufficio che si occupa del bilancio, il celebre Office for Budget Responsibility (OBR). Con un gesto degno di un reality show, l’OBR ha deciso di pubblicare le sue previsioni economiche e fiscali prima del previsto, giusto un attimo prima del solenne annuncio del bilancio autunnale. Che tempismo perfetto, qualcuno ha detto?
I rendimenti dei titoli di Stato a 10 anni, il nostro amatissimo “benchmark” di fiducia, sono infatti oscillati come una barca in tempesta: prima giù di 4 punti base, poi su di 4, il tutto mentre le aspettative degli investitori giocavano a ping-pong. Negli intervalli più brevi, il titolo a 5 anni non è stato da meno, scendendo oltre i 5 punti base come se volesse imitare il fratello maggiore nel teatro del disastro economico.
E come reagisce la regina del Tesoro britannico, la Ministra delle Finanze Rachel Reeves? Niente applausi né ringraziamenti, bensì una dichiarazione che definisce l’uscita anticipata del rapporto da parte dell’OBR “profondamente deludente e un serio errore da parte loro”. Classico, quando il tuo collaboratore fa un clamoroso autogol e devi salvare la faccia davanti al Parlamento.
Il povero OBR, nel frattempo, si è scusato come un bambino colto in flagrante: “Il link al nostro rapporto è andato online troppo presto stamattina” e, ciliegina sulla torta, è stato prontamente rimosso. Un “errore tecnico”, ci dicono, tanto banale quanto catastrofico, con tanto di indagine interna e relazione alle autorità competenti – grandi gesti formali per un pasticcio da dilettanti allo sbaraglio.
Ma non è finita qui: nel rapporto – quello pubblicato troppo presto, chiaramente – si dettagliano delle misure da far gelare il sangue nei polsi di molti cittadini. Tra queste, congelamenti delle soglie di tassazione sul reddito, nuove imposte sulle pensioni private oltre le 2.000 sterline annue, tasse miliardarie basate sul chilometraggio per veicoli elettrici (perché pagare una tassa sul carburante quando puoi inventarti quella sul chilometraggio?), e ovviamente un’imposta annuale sulle case di lusso da oltre 2 milioni di sterline. L’idea di aumentare l’imposizione del 2% su dividendi, proprietà e redditi da risparmio ronda sempre dietro l’angolo, promettendo di far incassare al governo ben 2,1 miliardi di sterline. Fantastico, vero?
Per non farci mancare nulla, nuovi piani di spesa includono l’eliminazione di un limite di due figli per alcune forme di assistenza sociale. Questo, ovviamente, fa schizzare il debito pubblico di 7 miliardi nel prossimo anno e perfino 11 miliardi entro il 2029-30. Amenità che il rapporto attribuisce a una riduzione della crescita sotto le aspettative, revisione al ribasso dello 0,3% che porta la prevista crescita media del PIL a un modesto 1,5% quinquennale, giusto per mantenere quel tocco da “crisi gestita”.
Nel frattempo, mentre la Ministra Reeves snocciolava il bilancio con il fervore di un predicatore, la sterlina britannica si concedeva un timido +0,2% contro dollaro e euro, giusto per ricordarci come la valuta di Sua Maestà riesca ancora a mantenere un minimo di dignità nell’arena internazionale.
Ma perché sui mercati dei titoli di Stato tutto questo sussulto? Semplice: i rendimenti obbligazionari (che salgono se i prezzi delle obbligazioni scendono) sono un termometro dello stato di salute finanziaria del governo. Più il rendimento sale, più il Regno Unito deve sborsare interessi salati per finanziare il proprio debito, e di questi tempi siamo al top tra i Paesi del G7, con rendimenti a 30 anni che superano il fatidico 5%, segno che la sicurezza britannica è vista come vaso fragile – o forse come francobollo raro… peccato che si tratti di debito.
I rendimenti in aumento, però, non sono solo un problema per il Tesoro: si riflettono inevitabilmente anche sui mutui ipotecari, sugli investimenti privati e sulle tasche di noi comuni mortali, che gratifichiamo il sistema chiedendo sempre di più per un prestito e ricevendo sempre meno in cambio.
Non dimentichiamo il passato glorioso che ci ha regalato una così brillante figura: la scorsa volta, nel 2022, l’ex Primo Ministro Liz Truss lanciò un pacchetto di tagli fiscali senza coperture, scatenando un sell-off obbligazionario da manuale, con conseguenze talmente disastrose da costarle la poltrona dopo soli 44 giorni. Sarà che nessuno impara dai propri errori, o forse preferiamo riscrivere la storia sempre nello stesso copione tragicomico.
Lezioni non imparate e il futuro del debito britannico
Con questo piccolo spettacolo appena andato in scena, non possiamo che aspettarci altri colpi di scena dall’asse bancario di Londra. L’OBR, più che un ente di controllo, sembra un attore di teatro impegnato in un gioco pericoloso dove la trasparenza si confonde con la fuga di notizie e l’improvvisazione. D’altro canto, la politica finanziaria britannica continua a oscillare tra azzardi e tentativi di raddrizzare la barra in mare in tempesta, sempre però a scapito del cittadino medio, tra tasse innovative e sempre più complicate, ma praticamente immancabili.
Alla fine del giorno, il leitmotiv è chiaro: aumentare l’indebitamento e le tasse per salvare un’impostazione economica che si trascina ormai come un vecchio fantasma, ma che continua a far pagare il conto a tutti, come sempre con sorriso sardonico di chi sa che il vero debito che cresce è quello dell’ironia.



