Timori di spese folli per l’intelligenza artificiale contagiano anche il mercato obbligazionario dopo il solito panico tecnologico

Timori di spese folli per l’intelligenza artificiale contagiano anche il mercato obbligazionario dopo il solito panico tecnologico

Le grandi star tecnologiche degli Stati Uniti sembrano aver deciso di finanziare con il debito un’epica espansione dell’infrastruttura per l’intelligenza artificiale (AI), gettando il mercato obbligazionario in una crisi di nervi degna di un thriller finanziario. I nostri amati giganti come Meta, Alphabet e Oracle si sono lanciati a ottobre nell’affascinante avventura dell’emissione di obbligazioni pubbliche per sostenere questa corsa al gigantismo tecnologico. Che magnifica idea: indebitarsi a colpi di miliardi, perché tanto le crisi non sono mica per noi.

Tuttavia, in uno dei frequenti momenti di sobrietà intelletuale, il colosso londinese Man Group, il più grande hedge fund quotato al mondo, ci delizia con un’analisi che sconvolge la festa. Dicono, con quella gentilezza tutta loro, che l’ingorgo di “nomi AI di qualità mediocre” rischia di essere “troppo indigesto” per i mercati nel mezzo di questo entusiasmo sconsiderato sul potenziamento dell’infrastruttura tecnologica.

Man Group si mostra meno sognatore delle masse azionarie e condivide il suo scetticismo sulle “favolose” promesse di crescita capex, quelle spese folli e sconsiderate in capitale fisso che si vorrebbero come l’oro colato all’interno di progetti futuristici. Insomma, con obiettività poco attendibile da spread e brillanti presentazioni, i progetti di investimento sembrano meno smaltati di quanto il marketing aziendale desideri farci credere.

Alcune cifre per rendere tutto più concreto: negli ultimi anni i cosiddetti *hyperscalers* hanno quadruplicato le spese in investimento, toccando la stratosferica cifra di quasi 400 miliardi di dollari annui, e sembrano pronti a sborsarne la bellezza di 3.000 miliardi in cinque anni, tanto per non farsi mancare nulla. Meta, nel suo eccesso di genialità finanziaria, ha raccolto 30 miliardi di dollari in un’unica emissione, la più grande in oltre due anni, con una domanda da record che ha superato i 125 miliardi. Inevitabile, quindi, che Alphabet e Oracle abbiano seguito a ruota con emissioni da 25 e 18 miliardi rispettivamente.

Ma attenzione al giochino: queste compagnie, pur imbattibili in capitalizzazione e profitti, devono fare i conti con un gigantesco buco finanziario da colmare. E, no, non è solo una questione di soldi pronti a fioccare: i mercati privati stanno cercando disperatamente di tappare tante falle, con colpi da 27 miliardi combinati tra Meta e altre entità e diverse operazioni di credito privato. Peccato che nemmeno questo basti.

Secondo le stime di Morgan Stanley, i *hyperscalers* Usa devono colmare un vuoto da 1,5 trilioni di dollari per finanziare l’infrastruttura AI, una cifra che nemmeno la finanza privata riesce a coprire tutta da sola. E, come se non bastasse, la febbre dell’entusiasmo si sta lentamente tramutando in quei fastidiosi tremori tipici delle bolle finanziarie, come quelli che già si osservano nel settore tech, con segnali preoccupanti sul mercato obbligazionario.

L’obbligazione a 30 anni di Oracle ha subito un deprezzamento dopo le voci di nuove emissioni di debito in arrivo e i costi delle coperture sul rischio di insolvenza (credit default swaps a 5 anni) sono saliti, come per dire “vedremo quanto durerà questa festa”.

Jason Thomas, capo della strategia di ricerca e investimento globale di Carlyle, ha segnalato che l’entusiasmo degli investitori si sta raffreddando, specialmente negli Stati Uniti, per i timori legati a valutazioni esagerate e a un mercato troppo concentrato.

Jason Thomas ha detto a CNBC:

“C’è un cambiamento sottile nella strategia degli hyperscalers USA: se prima erano aziende ‘leggere’ basate su asset intangibili, come tecnologie proprietarie e piattaforme digitali, ora sembrano più delle imprese manifatturiere. Il 70% del loro flusso di cassa è consumato dai capitali investiti in asset fisici, come data center.”

Thomas si chiede provocatoriamente se queste aziende debbano ancora essere valutate con multipli di prezzo su patrimonio netto oscillanti attorno a ben 11 volte, visto che questa magia virtuale ha rapidamente preso la forma di impianti industriali. Davvero un colpo di scena per chi ancora credeva nel mito della “azienda innovativa senza fabbrica”.

Quando la Finanza Smart Diventa un Problema

Il recente sondaggio Global Fund Managers di Bank of America non potrebbe essere più esplicito: serpeggiano timori di “iper-investimento” da parte degli hyperscalers AI, nel mezzo di un clima già incandescente di countdown sulla bolla tech. Una questione che non riguarda soltanto la quantità di denaro spesa, ma soprattutto la domanda più scomoda: quale sarà il ritorno sugli investimenti? Un’incognita non da poco in un’epoca in cui anche l’ottimismo più sfrenato lascia il posto a dubbi persistenti.

Johanna Kyrklund, direttrice degli investimenti di Schroders, ha commentato senza peli sulla lingua:

“Non c’è alcun dubbio che i timori sulla spesa legata all’AI e sul modo in cui i capitali sono investiti sono crescenti. È qualcosa di cui la gente si preoccupa, e soprattutto ci si interroga sui rendimenti che si otterranno.”

Un bilancio di queste folle spese e di questo sovrainvestimento sicuramente sarà una delle prossime serie tv più avvincenti dell’economia globale. Per ora, possiamo solo apprezzare l’ironia cruda e spietata di una tecnologia che potrebbe rivoluzionare tutto… o almeno svuotare un po’ di portafogli.

Ah, l’eterna notte insonne di chi cerca di dormire sereno guardando gli investimenti in intelligenza artificiale! La principale ossessione per il 2026, a quanto pare, è capire se quei maledetti capitali investiti in AI produrranno davvero qualche ritorno decente. Per non smentirsi, si parla di una recente svendita di azioni collegate all’IA, che fortunatamente, secondo la dottoressa dell’economia, non è una correzione della borsa ma solo una “normale volatilità di mercato”. Peccato però che, da dietro il sipario, le preoccupazioni stanno crescendo più velocemente dei robot che ci ruberanno il lavoro. Un consiglio fondamentale, comunque, è mettere le mani su queste azioni per via di un’analisi profonda dei fondamentali, non solo perché sono in qualche modo inserite in un indice. Insomma, un invito classico a non lasciare nulla al caso, anche se tutti ormai sembrano azionisti della AI solo perché fa figo.

Divergenze nel settore: chi tira e chi affonda

Passiamo a un’altra figura di spicco della finanza globale, Andrew Sheets, il capo mondiale della ricerca sul credito corporate presso Morgan Stanley. Il nostro amico prevede un allargamento degli spread di investimento di qualità, quel musichetto che di solito preannuncia tempeste finanziarie. Ma non temete, non si aspetta nemmeno in questo caso una recessione vera e propria. Al suo “Squawk Box Europe” ha fatto sapere che la spesa tecnologica da gigante non accenna a diminuire, anzi: molti colossi del settore vantano bilanci che manco le banche centrali sanno tenere così in forma. Sheets, con la saggezza di uno che ha visto più cicli di investimento di un indovino, ha detto: “Se doveste scegliere un settore che fa un sacco di debiti, beh, sarebbe proprio questo.” Poco romantico, ma efficace.

Naturalmente, però, non tutti i grandi nomi della tecnologia sono messi allo stesso modo. Sheets ammette che c’è una divergenza tra i “giocatori più forti” e quelli meno fortunati, facendo intuire che non tutti vedranno rose e fiori nella corsa spietata all’IA.

E nessuna paura per il temuto “overbuild”, quell’eccesso di costruzioni che normalmente fa tremare i mercati durante le ore piccole. Per Sheets, questo timore è davvero prematuro. Questi colossi tecnologici, infatti, considerano gli investimenti in AI un passaporto per la sopravvivenza a lungo termine. E sì, i data center non sono proprio una passeggiata né un parco giochi: sono progetti terrificanti, costosissimi e complicatissimi da portare a regime.

“Potrebbe anche essere vero,” spiega Sheets con ammissione triste ma lucida, “che la storia dei grandi cicli di investimento capita spesso d’imbatterci in problemi. Ma di solito succede perché si costruisce troppo, creando una capacità in eccesso. Qui invece la scarsità di potenza di calcolo è ancora evidente e sotto gli occhi di tutti. Prima o poi però, pensiamo che anche questo diventerà un problema per il credito, ma per ora non siamo ancora arrivati a quel punto.”

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