Venerdì scorso gli investitori di Rightmove hanno avuto la gioia di sperimentare qualcosa di completamente nuovo: un brusco tonfo del prezzo delle azioni. Che sorpresa, no? Dopo aver toccato un picco da primato a fine luglio, le azioni del più grande portale immobiliare del Regno Unito sono crollate fino al 28% in un momento, per poi chiudere con un deludente -12,5%, bruciando così quasi 634 milioni di sterline (quasi 834 milioni di dollari) di capitalizzazione di mercato. Un vero spettacolo, come al solito.
Il motivo? Un aggiornamento sui risultati che, badate bene, non parlava di fallimenti ma di aumentare gli investimenti in intelligenza artificiale, sacrificando per giunta la crescita dei profitti a breve termine. Chi l’avrebbe detto che promettere investimenti a lungo termine facesse così paura agli azionisti britannici? Prevedono un’accelerazione degli investimenti con una crescita dell’utile operativo “solo” tra il 3% e il 5% nel 2026, molto meno del 9% previsto per quest’anno, ma forse sono solo pessimisti cronici.
Il CEO di Rightmove, Johan Svanstrom, ha spiegato con la pacatezza che lo contraddistingue: “L’intelligenza artificiale sta diventando assolutamente centrale per il nostro business e la pianificazione futura”. E si è spinto oltre: “Stiamo già lavorando su un vasto numero di innovazioni AI per i nostri clienti e partner e vediamo un enorme potenziale grazie alla nostra ampia diffusione e ai dati integrati”. Tradotto: pagate, che il futuro è qui, e non sarà solo zucchero filato.
Questa reazione del mercato mette in evidenza la differenza lampante tra gli investitori britannici e quelli americani. I secondi, sempre così benevoli e fiduciosi, accolgono a braccia aperte ogni notizia di nuovi investimenti in AI. I primi, beh, sembrano allergici a tutto ciò che puzzi di “benefici domani”.
Non è certo una novità; già nel lontano 2004, le azioni di British Sky Broadcasting scesero del 19% dopo che James Murdoch annunciò investimenti miliardari in tecnologia a scapito dei profitti a breve termine. Evidentemente, la mentalità per i grandi investimenti a lungo termine è al solito riservata a chiacchiere da salotto.
Curiosamente, dopo il tonfo iniziale, le azioni di Rightmove hanno poi registrato qualche timido recupero, grazie a qualche analista illuminato che ha osato parlare di “vendite eccessive”. Ma questo terremoto iniziale solleva interrogativi seri su come le aziende britanniche annunceranno i necessari investimenti in AI in futuro. Per ora, il tema è una moda obbligatoria, con riferimenti crescenti in ogni aggiornamento aziendale, ma l’entusiasmo non sembra corrispondere a un vero impegno economico.
L’ossessione per l’AI senza il coraggio di investirci
Un recente studio su 700 report annuali delle aziende del FTSE-100 ha rivelato che quasi metà di loro cita l’intelligenza artificiale come parte della propria strategia per il 2024. Fantastico, direte. Peccato che poi la realtà degli investimenti sia un’altra storia.
Matt Clifford, autore del Piano d’Azione sulle Opportunità AI e ex consigliere del Primo Ministro Keir Starmer, ha dichiarato senza mezzi termini che le imprese britanniche stanno arrancando dietro ai rivali internazionali nell’adozione dell’intelligenza artificiale. Ha brillantemente rilevato al convegno della Royal Television Society:
“Ci illudiamo che il Regno Unito sia forte in tecnologia. Forse nell’area creativa, ma siamo il fanalino di coda nell’adozione delle tecnologie nel G7. Questo potrebbe scatenare una tempesta perfetta: i servizi finanziari e le scienze della vita saranno trasformati dall’AI, mentre le nostre aziende resteranno a guardare perdendo terreno.”
Secondo lui, i leader aziendali britannici sono “imprigionati dall’ansia” nel mettere in pratica l’intelligenza artificiale, che oggi viene adottata principalmente dal basso, cioè dai singoli utenti e ingegneri. Una vera sinfonia di incompiute.
Clifford ha colorito il tutto con una metafora tanto irriverente quanto efficace: “L’intelligenza artificiale è un po’ come il sesso adolescenziale: tutti ne parlano, ma in pochi la praticano. E quelli che la ostentano di più, spesso sono quelli che la praticano meno.”
Investimenti? Solo chiacchiere e distintivo
Chi è davvero lontano dall’adottare l’intelligenza artificiale? Ovviamente le PMI, strette tra risorse limitate e la voglia di non mollare la presa sulle vecchie abitudini. Ma non è una consolazione per i grandi colossi: anche le aziende di dimensioni maggiori si trascinano con i piedi, almeno stando a un rapporto recente di IBM.
In sostanza, la corsa al ritorno sull’investimento (ROI) in AI non è affatto una gara parecchio affollata in Regno Unito. Si parla molto, si promette tanto, ma si investe il minimo indispensabile, mantenendo così la supremazia britannica nel settore: l’essere maestri del dubbio e custodi del “meglio evitare di muovere gli scacchi”.
Magari un giorno qualcuno darà una bella svegliata all’intero sistema e capiremo che cavalcare la rivoluzione tecnologica non significa solo chiacchiere entusiaste, ma anche mettere sul piatto i soldi necessari per non restare a guardare.
Rightmove. Interessante notare però che i settori bancari, energetici e dell’utility sembrano finalmente fare qualche timido passo avanti, come se l’AI potesse fare qualcosa di più che spremere un po’ di efficienza.
Il principale ostacolo? Un investimento iniziale che farebbe tremare anche il più temerario tra gli imprenditori. Il rapporto “The Value of AI in the UK” rivela che la media degli investimenti da parte delle aziende britanniche si attesta a £15,94 milioni nel 2024. Un’inezia, se confrontata con i £27,46 milioni delle aziende americane o gli incredibili £31,59 milioni spesi dai giganti cinesi, che evidentemente non hanno problemi a gettare soldi dalla finestra. E tutto questo, nonostante i nostri ingenui leader d’impresa prevedano un fantomatico ritorno del 17% entro il 2025. Buon per loro sognare con cifre così precise.
Oltre al portafoglio, a ostacolare la diffusione dell’AI è una risicata disponibilità di competenze – ovvero, continuano a mancare quei famigerati corsi di formazione che, ironia della sorte, sembrano più un optional che una necessità pratica. Il 34% delle aziende del FTSE-100 e appena il 18% delle imprese UK in generale menzionano in qualche modo la formazione all’AI nei loro report. Un dato che fa ridere, se non fosse così tragico, considerando che praticamente tutti dicono di voler correre a gambe levate verso questa tecnologia.
Se si guarda con attenzione, però, qualche eccezione si scorge all’orizzonte. Prendete Autotrader, il colosso online britannico del mercato auto usate, squisitamente FTSE-100, che con la sua suite Co-Driver ha deciso di lanciare una sfida intelligente all’inadeguatezza generale. Questo insieme di strumenti guidati dall’AI promette di migliorare l’esperienza sia dei venditori che degli acquirenti, in modo particolare velocizzando la creazione di annunci di qualità, trasformando ore perse in minuti ben spesi.
Lo stesso amministratore delegato Nathan Coe si lascia sfuggire che già 10.000 clienti hanno prodotto più di un milione di annunci grazie a Co-Driver. Un successo che, se vogliamo, è quasi da manuale. Ora stanno pure lavorando a Buying Signals, un altro strumento AI che usa dati esistenti per indicare ai rivenditori quanto è probabile che un acquirente compri un veicolo, quanto è locale e quale tipo di auto cerca. Finalmente, l’AI come espansione del business, non solo come scusa per tagliare posti di lavoro o ridurre spese.
Se Rightmove saprà seguire le orme di Autotrader – un gigante del mercato online di auto usate nel Regno Unito tanto dominante quanto lo è Rightmove per le proprietà immobiliari – allora finalmente gli azionisti potrebbero avere di che gioire, e non solo per ripetere il solito refrain del “aumentiamo l’efficienza”.
Qui si parla chiaramente di come l’intelligenza artificiale, al di là delle risate e delle sciocchezze entusiastiche, stia lentamente ma inesorabilmente trasformando il volto degli affari nel Regno Unito, anche se non prima di una robusta dose di investimenti e – incredibile a dirsi – formazione.
La situazione occupazionale e i segnali dalla Bank of England
Nel frattempo, mentre si gioisce per le virtù dell’AI, la realtà britannica mostra qualche segnale di cedimento: il tasso di disoccupazione è salito al 5%, ben sopra le previsioni, nei tre mesi fino a settembre. I titoli di Stato inglesi, i famigerati gilts, hanno visto un calo dei rendimenti e la sterlina si è indebolita rispetto al dollaro americano. Insomma, dipinta come la solita “economia solida”, in fondo anche il Regno Unito ha le sue belle gatte da pelare.
Anche la Bank of England ha deciso di fermare per ora i rialzi dei tassi, con una maggioranza risicata che ha votato per lasciare il tasso al 4%. Ma, sorpresa sorpresa, il governatore Andrew Bailey fa sapere a CNBC (ora che ormai si può pure dirlo, dato che non si può più tornare indietro) che i tagli ai tassi sono in dirittura d’arrivo, sottolineando che “siamo oltre il picco della restrizione.” Una dolce promessa, dunque, per chi spera di vedere un po’ di sollievo dalle mani strette sui costi di denaro.
Rinascere nel segno dell’innovazione… o almeno provarci
Infine, una nota di vero realismo, o forse di autoironia, arriva da Jo Malone CBE, nell’ambito di un’intervista spietata in cui ammette candidamente di dover cambiare il proprio destino. Per una che ce l’ha fatta, la sua storia dimostra come la strada verso il successo sia un macigno, quanto l’AI possa essere disruptive e difficile da domare, nonostante tutte le fanfare.
James Reed, chairman e CEO di Reed, conferma il clima con un tocco di cinismo necessario:
“L’IA sta dimostrando di essere tremendamente dirompente, e credo che siamo solo all’inizio. Abbiamo sondato i nostri clienti e il 15% ha ammesso di ridurre le assunzioni proprio a causa dell’automazione e dell’intelligenza artificiale.”
Nonostante le meraviglie dell’economia reale, il FTSE 100 di Londra sta facendo il suo solito miracolo: frantumare ogni record possibile raggiungendo quasi le 9.900 punti. Un traguardo che, a sentire Dan Coatsworth di AJ Bell, potrebbe essere raggiunto in poche ore o giorni, con il magico numero 10.000 all’orizzonte. Ovviamente, la Ministra delle Finanze Rachel Reeves spera di poter sfruttare questo exploit per alimentare la sua campagna a favore di una maggiore partecipazione popolare agli investimenti nei beni britannici, perché nulla dice ‘fiducia nel futuro’ come un’indice che galoppa verso l’inarrivabile.
Nel frattempo, i bond governativi britannici, noti con quel nome elegante “gilts”, giocano a fare i pendoli impazziti. I rendimenti sono crollati su tutta la curva in seguito a un incremento inatteso del tasso di disoccupazione nel Regno Unito. E qui arriva il colpo da maestro: gli analisti di mercato, evidentemente amanti delle contraddizioni, affidano questa impennata a una possibile riduzione dei tassi da parte della Banca d’Inghilterra a dicembre, aggiungendo così un pizzico di pressione alla povera Reeves, già alle prese con il delicatissimo Bilancio di Autunno.
Alla fine della giornata europea, però, il rendimento del gilt decennale di riferimento ha fatto dietrofront, salendo leggermente dopo un crollo iniziale quasi da 8 punti base. Che dire? Un’altalena da brivido che la sterlina non ha potuto evitare: ha ballato sulle montagne russe prima di stabilizzarsi contro il dollaro a Londra verso le 17, ma non è riuscita a risollevarsi granché contro l’euro, chiudendo con un’umile flessione dello 0,4%.
Alcune date che nessuno dovrebbe dimenticare
Tenetevi pronti, perché le sorprese non finiscono qui. Il calendario macroeconomico del Regno Unito ci regala appuntamenti da brivido in arrivo nel giro di pochi giorni: il 13 novembre sarà la volta dei dati sul PIL del terzo trimestre, seguiti il 19 novembre dai dati sull’inflazione di ottobre. E, ciliegina sulla torta, il 21 novembre ci aspettano i numeri sull’indice di fiducia dei consumatori, di sicuro fonte inesauribile di ottimismo sfrenato o ruk down emotivo a seconda dei casi.



