Come Playboy ha sbattuto la porta in faccia a Hugh Hefner per inventarsi un brand post-MeToo che piace a tutti (o quasi)

Come Playboy ha sbattuto la porta in faccia a Hugh Hefner per inventarsi un brand post-MeToo che piace a tutti (o quasi)

Hugh Hefner ha dato il via a Playboy Magazine esattamente 70 anni fa, con una trovata geniale degna di un colpo basso: pubblicare una foto nuda di Marilyn Monroe che aveva acquistato senza nemmeno avvertirla. Perché, chiaramente, il consenso era un dettaglio trascurabile.

Costruendo un impero sulle spalle di innumerevoli donne, la cui bellezza e sessualità esibita hanno intrattenuto generazioni di lettori, Hefner ha incarnato il perfetto esempio di come sfruttare l’immagine femminile senza troppi scrupoli.

Ora che Playboy si avvicina al suo 70° anniversario (con la rivista ormai fuori dal giro, la Playboy Mansion venduta a un developper e l’ultimo Playboy Club di Londra chiuso nel 2021), ci si chiede: quale futuro potrà mai avere un marchio che ha costruito il suo mito su donne in pose succinte e pose ruffiane, in un mondo post-#MeToo?

Hugh Hefner è morto un mese prima che emergessero le accuse contro il produttore cinematografico Harvey Weinstein, evento che diede slancio al movimento #MeToo, fatto di sopravvissute a molestie e abusi che finalmente alzarono la voce contro i loro aguzzini.

Negli ultimi anni, la figura carismatica di Hefner è stata posta sotto una lente d’ingrandimento meno comprensiva. La docuserie del 2022 “The Secrets of Playboy”, trasmessa su Channel 4 nel Regno Unito, ha raccolto accuse di comportamenti sessuali scorretti da parte di varie ex compagne, come la modella Sondra Theodore e la celebritĂ  televisiva Holly Madison. Un bel quadretto, insomma.

Un rapporto piĂą che complicato con le donne

Il rapporto tra Hefner, Playboy e le donne era (per usare un eufemismo) piuttosto contorto. Da un lato, il magazine ha avuto il coraggio di schierarsi a favore del diritto all’aborto e di finanziare il primo “rape kit”, promettendo, almeno sulla carta, un po’ di progresso sociale. Addirittura, in un raro colpo di inclusività, nel 1981 ospitò la modella transgender Caroline “Tula” Cossey.

Dall’altro, però, le donne di Playboy dovevano rientrare in uno standard di bellezza rigidamente imposto: bionde, magre, bianche e senza alcun problema fisico degno di nota. Peccato per chi sperava in un mondo più variegato.

Mentre Playboy si trastullava con questa estetica impeccabile, Hefner instaurava rapporti privati con le sue giovani compagne che, secondo le testimonianze, ruotavano attorno a dinamiche di controllo e abuso emotivo. Holly Madison, in particolare, nel suo libro del 2015 “Down the Rabbit Hole”, ha raccontato di essere stata trattata come un “animale da compagnia glorificato”. Non esattamente il ritratto di un gentiluomo.

Con la sua morte, Hefner ha evitato qualsiasi forma di resa dei conti col movimento #MeToo, mentre Playboy ha cercato di mettere una pezza con una dichiarazione di pentimento, confermando apertura e supporto alle donne che hanno denunciato le orribili azioni del suo fondatore.

Il marchio ha poi ammesso di non avere più legami con la famiglia Hefner, concentrandosi ora su un’immagine più “in linea con valori di positività sessuale e libertà di espressione”. Ce ne vorrà di fantasia per dimenticare chi è stato dietro il sipario per tutti questi anni.

Playboy dopo Hefner: l’epoca del “piacere per tutti”

Oggi Playboy è una creatura quasi irriconoscibile rispetto al baluardo maschilista di un tempo. L’80% del suo staff si dichiara donna e lo slogan ormai è passato da “Entertainment for Men” a “Pleasure for All”. Insomma, il gustoso abbraccio della modernità inclusiva.

La società è quotata in borsa e il 40% del consiglio d’amministrazione e della direzione è al femminile. Evidentemente, anche l’aumento della rappresentanza di genere sembra essere una strategia efficace per ricostruire credibilità.

Non basta: abbracciando il futuro digitale, Playboy si è lanciata in contenuti gestiti direttamente dai creatori tramite la sua app Playboy Centerfold. Simile a piattaforme di abbonamento come OnlyFans, la app permette agli iscritti di interagire con i cosiddetti “bunnies”, che finalmente tornano ai loro ruoli originali ma con una veste moderna e imprenditoriale. Come dire: libertà di espressione, sponsor e abbonati paganti, il pacchetto completo.

Insomma, Playboy, dopo tanti e tanti anni di ipocrisia e doppio gioco, prova a riconvertirsi, più o meno riuscendoci, in un brand che vuole dire “piacere per tutti”. Ma guai a dimenticare i retroscena e le contraddizioni con cui si è costruita la sua leggenda – perché a volte, sotto la patina di progresso, possono nascondersi decenni di nulla di nuovo sotto il sole.

Ah, Playboy, quel tempio dell’esaltazione maschile che un tempo si congratulava con se stesso per avere un pubblico composto quasi esclusivamente da uomini tra i 18 e gli 80 anni. Quel magnifico giornale dove le donne erano semplicemente accessori nella cornice del “desiderio maschile”, costrette a rimanere nell’angolo per essere giudicate solo come oggetti di piacere, come ci ricordava lo stesso Hugh Hefner nella sua “lettera del direttore” a un’epoca così lontana da sembrare preistorica:

“Se siete un uomo tra i 18 e gli 80 anni, Playboy è fatto per voi… Se siete la sorella, la moglie o la suocera di qualcuno e ci avete preso in mano per sbaglio, vi preghiamo di passarci all’uomo della vostra vita e tornare al vostro Ladies Home Companion.”

Bellissimo, vero? Ecco quindi che oggi, in un mondo post-#MeToo e in piena rivolta delle donne, Playboy sembra soffrire di una crisi di identitĂ  che neanche un adolescente alle prese con la crescita. Stiamo assistendo a un curioso paradosso: la rivendicazione del potere femminile che un tempo Hefner aveva relegato nel ruolo di mera decorazione ora prende il sopravvento, trasformando il marchio in un simbolo dove le donne possono finalmente godersi il proprio corpo e la sessualitĂ  a modo loro.

E chi meglio di quelle superstiti della gloriosa serie reality degli anni 2000, Holly Madison e Bridget Marquardt, può testimoniare questa metamorfosi? “The Girls Next Door” iniziò nel 2004, raccontando le vite delle fidanzate di Hefner, portando in scena una specie di empowerment complicato da un’implacabile supervisione patriarcale.

Che ironia: ragazzi biondi e splendenti passeggiavano per la magione, ma alla fine furono proprio quelle preziose ragazze a sganciarsi dall’ingombrante ombra di Hefner, facendo una sorta di “uscita di scena” con tanto di successo personale e carriere indipendenti, sbattendo alle spalle le porte dell’enorme magione e dei suoi orari da regime sovietico.

Badate bene, perchĂ© anche se sullo schermo sembravano donne libere e spensierate — e qui è d’obbligo la risata amara — dietro le quinte la musica era un po’ diversa. Tra permessi rigorosi, l’imposizione di coprifuoco e spese controllate come in una prigione dorata, Hefner era il burattinaio che voleva l’ultima parola su ogni singolo scatto fotografico delle sue ragazze.

E per aggiungere pepe alla storia, le stesse Madison e Wilkinson nel loro memoir rispettivamente chiamati “Down the Rabbit Hole” e “Sliding into Home” ci raccontano di come la produzione le abbia sistematicamente sottopagate, mai riconosciute fino alla quarta stagione, mostrando perfino i loro corpi senza censura in uscite estere e su DVD senza il loro permesso. Un bello spaccato di “liberazione femminile” targata Playboy, no?

Il ritorno di fiamma delle “Girls Next Door”

Nonostante tutto, e forse proprio grazie a queste contraddizioni, il pubblico femminile non ha mai smesso di nutrire una sorta di nostalgia e interesse per le tre protagoniste che hanno fatto da volto femminile di Playboy all’alba del nuovo millennio.

Nel 2022 Madison e Marquardt hanno persino lanciato un podcast chiamato “Girls Next Level,” dove intervistano ex playmate, interagiscono con i fan e ripercorrono la loro vita nei panni di quelle donne che all’epoca volevano essere molto di più che semplici “ragazze accanto alla porta.”

Con ben 10 milioni di download entro febbraio 2023, è evidente che l’eco culturale di quella casetta di fantasmi dorata continua a riverberare. E sorprendentemente, senza sforzo, sembra che Playboy sia riuscito a trasformarsi in qualcosa che persino le donne sanno apprezzare, anche se il suo fondatore non avrebbe potuto immaginare una tale rivoluzione culturale.

Un’eredità fuori controllo

Oggi, nel regno post-Hefner, Playboy non è più solo il magazine con foto patinate di bionde sorridenti. I suoi simboli, come il famoso logo con il coniglio, ormai impazzano ovunque: costumi di Halloween, tatuaggi “furbetti” e persino lingerie e abbigliamento firmati. Insomma, tutto sta diventando “pubblico dominio”, magari con un sorriso amaro sulle labbra per chi un tempo pretendeva il controllo totale.

In piena era #MeToo, le donne che un tempo erano semplici icone plastificate stanno finalmente prendendo di nuovo la parola e rilanciando il brand a modo loro, chiudendo le porte dorate della magione per aprire un capitolo nel quale il vero potere torna nelle mani di chi lo meritava fin dall’inizio: loro.

Hugh Hefner con le “playmate” a Londra, 1966. Ma non provate nostalgia, è tutto diventato una grande ironia storica.

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