Blackpink conquista Coachella ma solo in hanbok coreani perché il solito show non bastava

Blackpink conquista Coachella ma solo in hanbok coreani perché il solito show non bastava

Chi avrebbe mai detto che arrivare sul palco più iconico della musica occidentale con un vestito tradizionale asiatico potesse diventare una dichiarazione internazionale? Be’, Blackpink, il quartetto K-Pop, ha fatto proprio questo al Coachella, diventando il primo gruppo asiatico a chiudere il festival, e per giunta indossando hanbok, l’elegante abito tradizionale coreano. Un colpo di scena che ha scaldato il cuore a 125.000 spettatori, più qualche milione di Blinks (così si chiamano i fan sfegatati) sparsi per il globo, che hanno subito captato il messaggio culturale – anche se tutto è durato giusto il tempo di qualche secondo, prima di passare a sfoggiare gli abiti firmati Dolce & Gabbana in nero e rosa personalizzati per loro.

Subito dopo l’apertura con “Pink Venom”, il significato simbolico era già chiaro: una dichiarazione d’identità travestita da abito, un mix tra tradizione e modernità, come solo un fenomeno globale di proporzioni cosmiche può permettersi. Un Blink ha twittato con immensa saggezza: “Il modo in cui hanno calpestato il più grande palco occidentale in hanbok… ha letteralmente sancito il loro dominio nell’industria musicale.” Tradotto: Blackpink non è semplicemente un gruppo pop, è una sinfonia di potere e stile Corea style.

Un altro fan su Instagram ha persino osato chiamarle “la delegazione culturale della Corea“, citando non solo l’abbigliamento, ma anche gli sfondi di scena ispirati all’architettura tradizionale coreana con quel tetto a piastrelle angolari che ti fa sentire subito a casa. Se non fosse chiaro, qui non si parla di semplice pop, ma di una raffinata operazione di soft power, vestita di valore patriottico e senza paura di farsi notare.

Blackpink: da record mondiale a ambasciatrici culturali involontarie

Immaginate una scalata di successo così rapida da far impallidire qualsiasi stella pop: Guinness World Records li accredita come il gruppo femminile più streammato su Spotify e con il canale YouTube musicale più visto al mondo. Nel 2023 sono state le prime artiste K-Pop a conquistare il primo posto nelle classifiche di album in Regno Unito e Stati Uniti, e nel 2020 hanno stabilito il record per il video più visualizzato nelle prime 24 ore con “How You Like That”. Tra l’altro, anche in quel videoclip sfoggiavano hanbok modernizzati firmati da Kim Danha. A pensarci, il loro set al Coachella è il sequel naturale di una storia di primati: erano già state le prime donne K-pop a suonare nel 2019 al festival, rompendo tabù e forse il tetto di cristallo della musica globale.

Ricordate il celebre reggiseno conico di Jean Paul Gaultier indossato da Madonna nel 1990, o quel miniabito con la Union Jack di Geri Halliwell alle Spice Girls? Accessori e outfit da palco diventano leggende immortali. Lo stesso è accaduto con Blackpink, che però vanno oltre la semplice moda: la loro performance, come quella di Beyoncé nel 2018 con la felpa gialla Balmain in stile college, non è solo uno show, ma una dichiarazione culturale e politica.

La scintilla in più? I quattro hanbok neri sono stati creati da OUWR, un brand sudcoreano specializzato in design di modelli, insieme ai maestri artigiani di Kumdanje. I vestiti, ispirati alla silhouette Cheol-lik, sono stati ricamati a mano con motivi metallici tradizionali e fiori di peonia, simbolo di regalità coreana. I designer si sono sbilanciati con un’emozione quasi patetica: “È stato un piacere, un onore mostrare i valori splendenti della Corea e dell’hanbok insieme. Blackpink ha illuminato il mondo con la sua bellezza.” L’eco di questa modestia risuona in ogni tweet degli entusiasti, aggiungendo un tocco di sacralità a un semplice concerto pop.

Il hanbok tra tradizione, televisione e passerelle di moda

Nel Sud Corea, il hanbok non è solo un vestito da festa, ma una presenza frequente persino nelle serie TV, mentre i designer modernizzano e integrano questa icona culturale nel guardaroba quotidiano. Ad esempio, alla Fashion Week di Seoul, la collezione Fall-Winter 2023 di JULYCOLUMN ha rispolverato la silhouette ampia del hanbok per giacche strutturate e camicie che sembrano uscite da un sogno tradizionale ma con un tocco contemporaneo. Lo scorso settembre, il marchio coreano BlueTamburin si è spinto persino oltre, utilizzando solo stoffe tradizionali del hanbok per la sua collezione primavera-estate 2023 presentata a Milano, portando così la cultura coreana in territorio occidentale – roba che nessuno se l’aspettava e che forse neanche i diretti interessati avevano previsto così presto.

Che tu sia un fan accanito di Blackpink o solo un curioso passante digitale, questo momento di visibilità asiatica ha rappresentato un riconoscimento del lavoro artigianale tradizionale, un omaggio alla cultura coreana che si manifesta ora nel passato glorioso e al contempo si proietta verso il futuro con una potenza travolgente, usando la moda come linguaggio universale.

Alla fine dell’esibizione, tra un inglese forzato e qualche sorriso, ecco il momento più autentico: i saluti finali, in coreano, un semplice ma significativo ringraziamento. Ecco cosa hanno detto, parole testuali:

Blackpink said:

“Fino a ora, siamo state Jennie, Jisoo, Lisa e Rosé di Blackpink. Grazie.”

Immagina, un gruppo pop che conquista il mondo ma non dimentica da dove viene, e lo fa indossando la propria identità culturale sulla pelle. Davvero, cosa c’è di più coreano (e di più acuto) di così?

Blackpink al Coachella 2023, poco dopo aver tolto gli hanbok

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